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APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – IL PALLOTTOLIERE E LA CLINICA: QUANDO LA SANITÀ DIMENTICA IL MALATO

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La lettura dell’articolo del prof. Mauro Minelli, “Il pallottoliere e l’etica: se la sanità perde la bussola clinica”, pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Lecce, mi ha spinta a riprendere un tema che considero cruciale: la progressiva perdita della visione clinica nella governance sanitaria. Le sue parole, così nette e così fondate sull’esperienza, hanno riaperto in me riflessioni che porto da anni, anche per aver vissuto da vicino — più di un decennio fa — il suo straordinario lavoro al Centro IMID di Campi Salentina. Da quella stagione interrotta, e da ciò che la sanità pubblica ha smesso di essere, nasce questo mio Apertamente: una riflessione civile e politica sulla necessità di riportare la cura, la scienza e l’etica al centro del sistema, oltre la logica del pallottoliere e oltre la contabilità che rischia di oscurare la dignità del malato. Ovviamente scrivo da giornalista, osservatrice, da paziente che sono stata e da testimone dei tempi che furono

Lecce – C’è un filo sottile, ma sempre più evidente, che attraversa le recenti nomine dei Direttori Generali delle ASL e degli IRCCS pugliesi: la sanità sembra aver scelto di parlare il linguaggio dei numeri, non più quello della cura. La bilancia pende verso profili manageriali, ingegneristici, amministrativi. Nel mandato affidato ai nuovi vertici compaiono parole d’ordine come “programmazione economico‑finanziaria”, “aggregazione degli acquisti”, “gestione patrimoniale”. Tutto legittimo, tutto necessario. Ma tutto, drammaticamente, insufficiente.

Perché la sanità non è un’azienda. E il paziente non è un costo da comprimere.

Questa deriva non è un’impressione: è un modello. E come ogni modello, produce conseguenze. La prima è una domanda che non possiamo più evitare: può un sistema fondato sulla carne viva della salute umana essere guidato da chi non conosce, nella sua profondità biologica ed empirica, il percorso reale della cura? La seconda è ancora più scomoda: cosa accade quando la contabilità prende il posto della clinica?

Lo so bene. L’ho visto accadere.

Più di dieci anni fa ho avuto il privilegio di essere vicina al prof. Mauro Minelli, quando il suo Centro IMID di Campi Salentina, nell’ospedale San Pio, rappresentava un modello avanzatissimo di presa in carico delle malattie autoimmuni, un fiore all’occhiello della sanità pugliese. Lì il paziente era davvero al centro. Lì la multidisciplinarità non era un convegno, ma una stanza di visita. Lì la medicina anticipava i tempi, non li inseguiva.

Quel progetto è naufragato non per limiti scientifici, ma per ciò che troppo spesso soffoca l’innovazione: invidie, contrasti, resistenze interne. Il prof.Minelli ha dovuto difendersi in tribunale, uscendone pulito e intonso. Il centro non c’è più. E chi ha perso, come sempre, sono stati i malati: quelli che non possono permettersi cure private, quelli che non hanno un portafoglio “a mantice”, quelli che avrebbero avuto diritto a un percorso pubblico di eccellenza.

È anche per questo che oggi, leggendo le nuove linee di governance, torna alla mente quella stagione interrotta. Perché quando la sanità perde la bussola clinica, non perde solo un modello: perde persone.

La medicina contemporanea chiede integrazione, non compartimenti stagni. Chiede piattaforme operative condivise, non reparti chiusi. Chiede percorsi fluidi, non prestazioni ingegnerizzate.

Eppure la sanità continua a ragionare per silos, per minutaggi, per DRG. Una logica che non vede più il paziente nella sua complessità, ma solo la prestazione da erogare.

Può un manager, per quanto brillante, disegnare un percorso di cura senza conoscere i tempi della clinica, la complessità del malato, l’interazione tra patologie diverse? La risposta non è un attacco alla managerialità — che serve, eccome — ma un richiamo ai confini delle competenze.

La contabilità è uno strumento. La cura è un fine. Invertire l’ordine significa smarrire la natura stessa del Servizio Sanitario.

La sanità non può diventare un’azienda efficiente nel far quadrare i conti ma incapace di produrre salute sul territorio. La governance deve tornare a essere un equilibrio tra rigore amministrativo e visione clinica. Tra sostenibilità e dignità. Tra numeri e persone.

Perché, come ricordava Gino Strada, la salute non è una merce. E non è nemmeno un capitolo di bilancio. È un diritto umano fondamentale.

E quando la sanità dimentica questo principio, non perde solo la bussola clinica: perde la sua anima.

Ecco questo ho “letto” nel lungo articolo del prof Mauro Minelli


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Lilli D'Amicis

𝐋𝐢𝐥𝐥𝐢 𝐃’𝐀𝐦𝐢𝐜𝐢𝐬 – Una vita per il giornalismo e la comunicazione indipendenteArcangela Chimenti D’Amicis, conosciuta da tutti come Lilli D’Amicis, è una giornalista di grande esperienza, indipendente e senza compromessi.Nata il 10 luglio 1955 a Grottaglie, dopo quasi vent’anni lontana dalla sua città natale vi è tornata nel 2010, continuando a esercitare con passione una professione che difende con determinazione dal 1984.Iscritta all’Ordine dei Giornalisti di Puglia dal marzo 1986, ha iniziato la sua carriera come corrispondente per il Corriere del Giorno di Taranto, collaborando poi con diverse emittenti televisive e radiofoniche: Videolevante Taranto, Retepuglia, TRCB e Puglia TV di Brindisi. Innovatrice per natura, ha ideato il primo TG condotto da bambini a Puglia TV, un esperimento così riuscito da essere presentato in un convegno ACLI a Sanremo.Dopo un periodo al Nord, ha lavorato con Astro TV e Uno TV a La Spezia, assumendo il ruolo di caporedattore. Nel 1993, a Roma, ha fatto parte della redazione cronaca e spettacoli de Il Tempo. Tornata in Puglia, ha collaborato con Ciccio Riccio FM, firmando per 25 anni le due testate giornalistiche (Ciccio Ticcio e Disco Box) realizzato per il Corriere del Giorno rubrriche di spettacolo "Radioascoltanto" e "Televisionando". Dopo 25 anni di direzione editoriale di Ciccio Riccio ha ceduto il testimone a Valentina Molfetta nuovo diretteore editoriale delle due testate succitate.Nel 1997 ha fondato ZOOM Grottaglie, magazine pocket con tiratura mensile di 2.000 copie, tra i primi in Puglia ad avere un sito internet (zoomonline.it). La chiusura nel 2001 fu causata da un furto devastante in redazione, segno evidente di quanto l’informazione libera e non asservita al potere potesse dare fastidio.Dal 2006 al 2015 ha ricoperto l’incarico di addetto stampa di un Senatore di Puglia, lavorando nel settore politico. Nel 2011 ha fondato il giornale online Oraquadra.info, ancora attivo, e già nel 2004 aveva avviato il blog di successo Tuttoilresto-noia.blogspot.com, con una media di 1.200/1.500 lettori giornalieri.Accanto alla carriera giornalistica, Lilli ha cresciuto due figli: Michela Tombolini, avvocato e prima wedding lawyer d’Italia, e Giovanni Tombolini, pilota di aerei e docente presso l’Istituto Carnaro Marconi Flacco Belluzzi, impegnato anche come pilota di Canadair per otto mesi all’anno.A 70 anni, sposata da 50 anni con Oreste Tombolini, ammiraglio MM in pensione, continua a essere operativa con la sua agenzia MT Eventi, specializzata in wedding e non solo. La sua storia dimostra che passione e professionalità non hanno età, finché la salute accompagna il cammino.E scusate se è poco!

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