TARANTO RICORDA BAKARI SAKO: LA VOCE DEGLI STUDENTI DEL LICEO “ARCHITA”CONTRO L’ODIO E L’INDIFFERENZA
Taranto ha proclamato il lutto cittadino venerdì 29 marzo. Le scuole osserveranno un minuto di silenzio, ci saranno le bandiere abbassate e il cuore pesante, per ricordare Bakari Sako, il cittadino maliano di 35 anni ucciso all’alba del 9 maggio nei pressi di Piazza Fontana. Un luogo che da secoli racconta lo scambio commerciale e culturale che ha fatto grande la città. Quella notte, però, la piazza ha restituito un’altra storia: quella di una violenza nata dall’odio, dall’indifferenza, dalla perdita del rispetto per la vita umana.
A parlarne sono gli studenti del Liceo Archita, che non vogliono ridurre l’accaduto a un fatto di cronaca. “Non si parla solo di cronaca nera”, scrivono. “È il segno di una violenza che nasce dall’odio e dalla perdita del rispetto per la vita umana”. Bakari aveva una famiglia lontana, un lavoro che portava avanti con dignità nei campi di Massafra, la speranza di garantire un futuro a chi era rimasto in Mali. Si alzava all’alba, come fanno gli uomini onesti. La sua morte ha scosso Taranto perché riguarda tutti noi, e soprattutto i ragazzi, che credono nei valori insegnati a casa e a scuola e continuano a chiedersi: perché?
Taranto è una città che ha fatto dell’accoglienza la sua identità. Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Longobardi, Angioini, Aragonesi: ogni popolo ha lasciato un’impronta, contribuendo a creare una società multietnica e multiculturale incisa nella pietra e nel sangue della popolazione. Proprio per questo, la tragedia colpisce più forte. “Questa tragedia ci porta a stringerci attorno alla sua famiglia, alla sua comunità e a tutti coloro che lo conoscevano”, scrivono gli studenti. E aggiungono una convinzione: quello che è accaduto non nasce da un razzismo consapevole, ma da ignoranza e assenza. Assenza di figure che al mattino ti spiegano i valori in cui credere, che ti danno riferimenti per crescere fiduciosi nel futuro.
Le riflessioni dei ragazzi del biennio sono un coro di dolore e di responsabilità. C’è chi parla di una “ferita aperta che urla giustizia”, di una vita spezzata lontano da casa che lascia un vuoto incolmabile. C’è chi definisce l’omicidio “la conferma di un problema che affligge Taranto da tempo”, dove la parte oscura della città rischia di offuscare la realtà e rendere più grigia l’anima delle persone. C’è chi vede in quella notte un campanello d’allarme: “Quando dei giovanissimi arrivano a tanto, vuol dire che qualcosa nella società si è spezzato molto prima”.
Le parole sono dure, ma sincere. Raccontano lo stupore di vedere coetanei togliere la vita a un uomo con tanta leggerezza, “solo per sentirsi forti davanti agli amici”. Raccontano la paura di camminare per strada pensando che “da un momento all’altro la tua vita possa essere spezzata per una giornata no di qualcuno”. Raccontano l’indignazione per un uomo che, ferito, ha cercato aiuto in un bar e non l’ha trovato, vittima di un’indifferenza che fa male quasi quanto il colpo ricevuto.
Eppure, in mezzo a questo dolore, emerge una scelta chiara: rifiutare l’abitudine alla violenza. “Ricordare Bakari oggi significa rifiutare l’indifferenza. Significa scegliere di non abituarsi al razzismo, alla disumanizzazione di chi viene considerato più debole o invisibile”. Gli studenti rivendicano il loro bagaglio culturale, fatto di famiglia e scuola, e chiedono che non venga dimenticato. Perché la memoria è l’unico argine contro la ripetizione del male.
Bakari Sako non era un estraneo. Era un lavoratore stimato, un padre lontano, un uomo che cercava dignità. La sua morte è un fallimento collettivo che impone di pretendere sicurezza, legalità e rispetto per tutti. Taranto non può e non vuole rassegnarsi. La città che ha accolto popoli per duemila anni non può fermarsi davanti a una baby gang.
Con affetto e commozione, gli studenti del Liceo Archita lanciano un appello che è insieme memoria e impegno: non voltare lo sguardo, non abituarsi, scegliere ogni giorno di essere parte di un mondo che protegge, non di un mondo che ferisce. Perché la vita di Bakari merita giustizia, e la nostra città merita di restare fedele a se stessa: accogliente, umana, viva.

