APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – La staffetta infinita dell’Ilva e il prezzo che paghiamo noi
La lettura dell’articolo di Annarita Digiorgio sulla “staffetta infinita” dell’Ilva riapre una ferita che a Taranto non si è mai chiusa. Mentre nei palazzi si rincorrono gare, cordate e promesse, qui si contano diagnosi, polveri e silenzi. In questo Apertamente rifletto su una verità che nessun governo ha mai avuto il coraggio di pronunciare: la città è stata sacrificata sull’altare dell’acciaio, trasformata in un ingranaggio sacrificabile “per il bene della Nazione”. Una Nazione che non paga mai il prezzo. Noi sì!
Taranto – C’è un punto, leggendo l’ennesimo articolo sulla “gara infinita” dell’Ilva – questa volta firmato dalla sempre spumeggiante collega Annarita Digiorgio – in cui si avverte una stanchezza che non è solo narrativa. È antropologica. È la stanchezza di un territorio che da decenni vive in apnea, mentre a Roma si gioca una partita che non ha mai un fischio finale.

La giornalista descrive, con il suo stile brillante e tagliente, l’ennesimo capitolo della saga: ministri che annunciano, commissari che promettono, cordate che spuntano e scompaiono, multinazionali che entrano ed escono come in un albergo a ore. Una “staffetta infinita verso il nulla”, la chiama lei. E ha ragione: perché ogni testimone passato di mano non porta mai a un traguardo, ma a un nuovo giro di pista.
Eppure, ciò che più colpisce non è la cronaca industriale. È l’assenza totale di ciò che dovrebbe essere il centro di ogni discorso: Taranto.
La città reale.
Quella che respira, soffre, cresce, si ammala, muore.
Mentre nei palazzi si discute di miliardi, di piani industriali, di partner stranieri, qui si discute di diagnosi. Qui si contano i bambini che non ce la fanno, le famiglie che si spezzano, i quartieri che vivono come sotto una campana di vetro avvelenata. Qui si vive in un paradosso crudele: essere sacrificabili “per il bene della Nazione”.
Una Nazione che, però, non paga mai il prezzo.
Lo paghiamo noi.
L’articolo di Digiorgio, pur nella sua ironia, mette in luce un punto che dovrebbe far tremare i polsi: nessun governo ha mai avuto il coraggio di chiudere l’Ilva, perché l’acciaio serve, perché l’Europa guarda, perché l’economia reclama. Ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dire la verità: che Taranto è stata trasformata in un laboratorio di sofferenza, in un altare su cui sacrificare generazioni intere.
E allora sì, è vero: la gara è infinita.
Ma non è infinita per Urso, per i commissari, per i tecnici, per i manager.
È infinita per noi.
Perché ogni volta che si apre un nuovo bando, un nuovo tavolo, una nuova trattativa, qui si apre una nuova ferita. E ogni volta che si annuncia un “rilancio”, qui si annuncia un altro anno di attesa, di polveri, di ricoveri, di funerali troppo piccoli.
La verità è che Taranto non è mai stata considerata una città.
È stata considerata un impianto.
Un pezzo di meccanismo.
Un ingranaggio sacrificabile.
E allora, mentre leggo l’articolo di Digiorgio, mi torna in mente una domanda che nessuno nei palazzi ha mai avuto il coraggio di pronunciare: quante vite vale una tonnellata di acciaio?
Perché se la risposta è “anche una sola”, allora la partita è già persa.
E lo è da decenni.
Taranto non chiede miracoli.
Chiede verità.
Chiede rispetto.
Chiede che qualcuno, una volta per tutte, abbia il coraggio di dire che un modello industriale nato negli anni Sessanta non può essere la condanna eterna di un territorio.
Chiede che la staffetta finisca.
Che qualcuno si fermi, guardi la città negli occhi, e dica: “Adesso basta”.
Perché non è più accettabile che la vita di un bambino di Taranto valga meno di un bilancio industriale.
Non è più accettabile che la nostra comunità venga trattata come un dettaglio collaterale.
Non è più accettabile che la parola “Nazione” venga usata come scudo per giustificare ciò che non è giustificabile.
Taranto merita di esistere.
Non come nota a piè pagina di un decreto.
Non come problema da spostare al prossimo governo.
Non come sacrificio necessario.
Merita di esistere come città.
Come comunità.
Come luogo dove si può nascere senza paura.
E finché questo non accadrà, ogni articolo, ogni gara, ogni annuncio, ogni promessa resterà solo un’altra pagina di una storia che Taranto non vuole più leggere.

