2 GIUGNO 2026: 80 ANNI DI REPUBBLICA. LA LIBERTA’ CHE SI CONQUISTA OGNI GIORNO
Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, gli italiani andarono alle urne per decidere che forma dare al Paese dopo la catastrofe della guerra e del fascismo. Monarchia o Repubblica. Fu un voto silenzioso ma fragoroso, un atto di responsabilità civile compiuto da un popolo che usciva dalle macerie con le mani sporche di calce e gli occhi pieni di futuro. Da quel giorno la Festa della Repubblica non è soltanto parate e bandiere al vento. È la memoria di una scelta: quella di affidare la sovranità al popolo, di scrivere insieme le regole della convivenza, di credere che l’Italia potesse rifarsi con il lavoro, con lo studio, con la dignità.
Oggi, a ottanta anni di distanza, guardiamo a quella data con gratitudine e con inquietudine. Gratitudine perché la Repubblica ci ha consegnato una Costituzione nata dall’esperienza del dolore, scritta da uomini e donne di culture diverse che seppero trovare un linguaggio comune. Inquietudine perché ogni anniversario ci interroga: siamo all’altezza di quella scelta? La custodiamo, la pratichiamo, la trasmettiamo?
Per rispondere non serve retorica. Serve riconoscere che la libertà non è un dato acquisito. È un esercizio quotidiano, faticoso, spesso invisibile. È la madre che si alza all’alba per garantire il pane ai figli. È il giovane che studia la sera dopo il lavoro. È il cittadino che dice “no” all’arroganza. È la comunità che sceglie il dialogo al posto del rancore.
Ed è proprio su questa verità semplice e potente che si posa lo sguardo di “C’è ancora domani”, il film di Paola Cortellesi uscito nel 2023 e diventato, in pochi mesi, un fenomeno culturale e civile. Ambientato nella Roma del secondo dopoguerra, tra il ’45 e il ’46, il film racconta la vita di Delia, moglie e madre che sopporta la violenza quotidiana di un marito padrone. Girato in bianco e nero, con il passo lieve della commedia e il taglio netto del dramma. Fa ridere e fa male. E proprio in quel contrasto nasce la sua forza: ci mostra che la conquista dei diritti nasce nelle cucine, nelle scale, nei cortili, non solo nelle aule dei palazzi.
Delia è l’Italia di allora. Subisce, tace, si arrangia. Ma dentro di lei cresce un pensiero nuovo. “C’è ancora domani” è la frase che ripete a sé stessa e alla figlia, come un mantra e come una promessa. È l’intuizione che il tempo della sopportazione può finire, che esiste un’alternativa, che il destino non è scritto una volta per tutte. Quando il 2 giugno arrivano le schede elettorali, quando per la prima volta le donne votano, Delia compie un gesto che è insieme personale e politico. Vota. Sceglie. Decide che la sua vita non appartiene più solo al marito, ma anche a lei stessa e alla Repubblica che nasce.
Ecco perché “C’è ancora domani” parla così direttamente alla Festa della Repubblica. Perché ci ricorda da dove veniamo. Nel 1946 le donne italiane votarono per la prima volta. Fu una rivoluzione silenziosa, più profonda di qualsiasi parata militare. Quel voto non era solo un diritto riconosciuto: era il riconoscimento di una soggettività. Era la fine dell’idea che la donna fosse eterna minorenne, affidata al padre, al marito, al fratello. Era l’ingresso di milioni di voci nella storia della nazione. La Costituzione che di lì a poco sarebbe stata scritta avrebbe raccolto quella spinta e l’avrebbe trasformata in principi: uguaglianza, lavoro, istruzione, libertà personale.
Guardando Delia sullo schermo, comprendiamo che la Repubblica non è nata per magia. È nata dal coraggio di chi ha detto basta. Basta alla violenza, basta alla sottomissione, basta a un ordine che mortifica l’umanità. Il film della Cortellesi non idealizza il dopoguerra. Mostra la povertà, il mercato nero, la fatica, il maschilismo diffuso. Ma mostra anche la solidarietà tra donne, l’ironia come arma di resistenza, la forza di chi non ha potere ma non rinuncia alla propria coscienza. È una lezione di democrazia dal basso. La democrazia non è solo il voto ogni cinque anni. È il modo in cui ci parliamo ogni giorno, è il rispetto che esigiamo e che offriamo, è la capacità di cambiare quando capiamo di sbagliare.
A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, il rischio più grande non è la memoria che svanisce, è la memoria che si appiattisce. Ridurre il 2 giugno a una cerimonia formale significa tradire il senso di quella scelta. La Repubblica chiede partecipazione, non applauso. Chiede cura, non indifferenza. Chiede che ogni generazione si prenda la responsabilità di tenere vivo il patto costituzionale.
I giovani di oggi non hanno vissuto la guerra, non hanno visto le rovine. Ma vivono altre fatiche: la precarietà, la complessità del mondo digitale, la fatica di trovare un senso. A loro la Repubblica chiede la stessa cosa che chiese ai loro nonni: non delegare, non rassegnarsi, non pensare che “tanto non cambia nulla”. Delia insegna che il cambiamento inizia da un gesto piccolo, apparentemente inutile. Una scheda piegata. Una parola detta. Una porta che si apre.
Il film ci ricorda anche che la libertà è inseparabile dalla dignità. La Repubblica italiana nasce dall’idea che ogni persona valga, che nessuno debba essere trattato come cosa. L’articolo 3 della Costituzione parla di “pari dignità sociale” e di rimozione degli ostacoli che la impediscono. Sono parole che suonano attualissime. Gli ostacoli oggi hanno forme nuove: la discriminazione, la povertà educativa, la violenza di genere, l’odio in rete. Combatterli è il modo concreto di festeggiare la Repubblica.
E poi c’è il linguaggio. La Cortellesi sceglie il bianco e nero, sceglie un’italiano secco e popolare, sceglie di far ridere per non anestetizzare. La Repubblica ha bisogno di questo: di un linguaggio che arrivi, che tocchi, che non si nasconda dietro al burocratese. Ottant’anni dopo, dobbiamo raccontare la Costituzione come si racconta una storia di famiglia. Perché di questo si tratta: di una famiglia grande, complicata, litigiosa, ma legata da un patto di reciproco rispetto.
Festeggiare l’ottantesimo della Repubblica significa allora fare tre cose insieme. Ricordare, con onestà, da dove veniamo. Riconoscere, con lucidità, dove stiamo. Scegliere, con coraggio, dove andare. Ricordare è guardare Delia e le milioni di donne come lei, è dire grazie a chi ha votato nel ’46 con la paura e la speranza addosso. Riconoscere è ammettere che la Repubblica è imperfetta, che le disuguaglianze restano, che la partecipazione cala. Scegliere è decidere che “c’è ancora domani”, che il futuro non è un destino ma una costruzione.
Il 2 giugno sfilano le Frecce Tricolori e il Paese si ferma un momento. È bello, è un rito che unisce. Ma il vero tricolore sventola quando un ragazzo aiuta un compagno in difficoltà, quando una donna denuncia la violenza, quando un insegnante accende la curiosità, quando un cittadino legge la Costituzione non come un testo antico ma come una bussola per oggi.
La lezione di “C’è ancora domani” è semplice e rivoluzionaria: la libertà non cade dal cielo. Si conquista. Ogni giorno. Con piccoli atti di responsabilità e con grandi sogni di giustizia. Ottant’anni fa l’Italia scelse la Repubblica. Oggi tocca a noi scegliere, ogni mattina, di meritarla.
Buon 2 giugno. E buon domani. Perché, come dice Delia, finché c’è domani, c’è tempo per cambiare.

