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MEDIMEX A TARANTO: i Pet Shop Boys riaccendono gli anni ’80

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Sabato 20 giugno il Lungomare di Taranto non era più pietra e mare. Era luce, era synth, era memoria. Medimex aveva promesso musica e storie, ma nessuno si aspettava che la storia, quella con la S maiuscola, sarebbe arrivata con un soprabito lungo, occhiali scuri e due tastiere. I Pet Shop Boys sono passati davvero da Taranto. E quando sono saliti sul palco, il tempo ha fatto un passo indietro di quarant’anni per poi correre avanti, insieme a chi era presente.
Medimex non è solo un salone dell’industria musicale. È l’occasione in cui Taranto si racconta diversa da come la raccontano i telegiornali. Una città che sa accogliere, che sa ascoltare, che sa trasformare la rotonda sul Lungomare in un palcoscenico internazionale. E sabato 20 giugno il palco principale aveva un nome che pesa: Pet Shop Boys. Annunciati mesi fa, acclamati fino al sold out. Perché vedere Neil Tennant e Chris Lowe dal vivo non è “un concerto”. È ritrovare una parte di sé.
Neil e Chris non erano rockstar urlanti. Erano eleganza, ironia, distanza giusta. Due londinesi che hanno capito prima di tutti che il pop poteva essere intelligente e ballabile insieme. Che si poteva parlare di solitudine metropolitana con un sorriso. Hanno spopolato nelle classifiche, sì, ma soprattutto nell’immaginario:  hanno dato dignità alla musica elettronica, hanno scritto canzoni che ancora oggi non hanno una ruga.
A Taranto, si è capito perché non invecchiano: perché non hanno mai tradito sé stessi. Hanno continuato a sperimentare, a collaborare con artisti nuovi, a scrivere del presente con lo stesso sguardo obliquo di quarant’anni fa. Con “Paninaro” Taranto esplode. “Paninaro, italiano, vero”. Cantiamo tutti, anche chi non è mai stato un paninaro  negli ’80. Questa canzone è il loro omaggio all’Italia, e il pubblico presente  glielo restituisce a volume pieno.
Quando partono le note di ”It’s a Sin” la piazza trattiene il fiato. Luci rosse, ritmo incalzante, testo che parla di colpa e redenzione. Chi c’era negli anni ’80 si ritrova ragazzo. Chi è nato dopo capisce, finalmente, perché quella canzone è un monumento. Si canta il ritornello tutti insieme e per tre minuti Taranto non è periferia: è il centro del mondo.
“Go West” trasforma la folla in coro. Le braccia si alzano, le voci si uniscono. ”Always on My Mind” rallenta tutto: è il momento in cui ci si guarda intorno e si vedono padri con figli, coppie di 60 anni e ragazzi di 20, tutti con lo stessa emozione sul volto. I Pet shop boys fanno sognare ancora perché ci ricordano che il pop può essere pensiero. Che si può ballare senza spegnere il cervello. Che l’ironia è una forma di intelligenza. Neil canta di amore, potere, distanza, ma lo fa con leggerezza. Chris costruisce suoni che suonano moderni anche oggi: niente è datato, tutto è riconoscibile.
E Taranto ha risposto. C’erano i quarantenni e gli ultra cinquantenni che hanno rivissuto gli anni ‘80. C’erano i ventenni che hanno scoperto dal vivo perché i genitori non smettono di parlare di quella band. La loro musica attraversa le generazioni perché parla di emozioni semplici, dette con classe.
Medimex ha vinto la sua scommessa più difficile: portare a Taranto non solo il mercato della musica, ma l’emozione della musica. E i Pet Shop Boys hanno vinto la loro: dimostrare che gli anni ’80 non sono un museo, ma una lingua viva.
Una città spesso raccontata per le sue contraddizioni, per una notte è stata raccontata per la sua capacità di sognare. E il pubblico ha capito che certe canzoni non invecchiano. Restano, crescono, cambiano con noi.

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