LA BAMBINA NEL CATINO: QUANDO UNA STORIA NASCE DOVE NASCE LA CURA
La sala del Consultorio “Il Focolare, a Taranto, venerdì 26 giugno, non aveva l’aria dei convegni. Aveva l’aria di casa per quel modo dell’autrice di relazionarsi con il pubblico.
Giuseppa Colitta, è tornata dove tutto è cominciato. Non sul palco, ma nel luogo che l’ha formata come consulente, che l’ha vista crescere tra colloqui, supervisioni.
Al centro della serata si è aperto uno spazio di confronto profondo. L’autrice ha dialogato con delicatezza e verità con la direttrice del Consultorio, Rosa Doria, in un colloquio che ha unito esperienza professionale e sguardo umano. Tra domande e ricordi, è emerso con forza il filo che lega il libro al mestiere: l’ascolto come pratica quotidiana, la parola come strumento di riparazione.
Ad inizio serata è intervenuto anche il presidente del Consultorio, Salvatore Caputo, che con parole sobrie ha ricordato la mission che anima il luogo da sempre: “Il Focolare non eroga soltanto servizi. Accoglie. Qui si coltiva la convinzione che ogni persona meriti un tempo di ascolto, uno spazio protetto dove la fragilità non sia un difetto da correggere, ma un’umanità da custodire.”
“La bambina nel catino” non è un romanzo gridato. È un romanzo sussurrato. L’autrice ha scelto di raccontare fragilità senza esibizionismo, memoria senza retorica. Attraverso gli occhi di una giovane donna, Sara, ci accompagna nei territori dell’infanzia ferita, del pudore, della resilienza che non fa rumore. Il “catino” diventa metafora potente: luogo di lavanda, di cura, ma anche di confine. Lì si lava via lo sporco, lì si tocca l’acqua fredda della realtà, lì si impara a riconoscere il proprio sè.
La serata è stata costruita come un respiro. Alcune lettrici hanno dato voce ad alcuni brani del libro.
La musica ha fatto il resto. Una chitarra, di Cosimo Ciquera, e una voce femminile, di Grazia Maremonti, hanno intrecciato canzoni melodiche alternate alla lettura dei brani, di una straordinaria prosa lirica, tratti dal libro.
Il romanzo parla a tutti dunque di infanzia, adolescenza e giovinezza al femminile.
Parla di quelle parti di noi che abbiamo lavato, nascosto, ignorato. Parla del pudore di chiedere aiuto e della forza di riceverlo. Parla di Giuseppa Colitta, sì, ma parla anche di noi: di come trattiamo la fragilità, di quanta acqua fredda siamo disposti a toccare per farci riemergere rigenerati.
Il Focolare aveva promesso un’occasione significativa per conoscere il percorso narrativo dell’autrice. Ha mantenuto più di una promessa: ha offerto un’esperienza coinvolgente e suggestiva, fatta di letture, musica, silenzi pieni. Ha ricordato a tutti che la cura, quando è vera, diventa arte. E che l’arte, quando è vera, diventa cura.
“La bambina nel catino” ci ricorda che ogni storia salvata dall’oblio è un pezzo di umanità che torna a galla. Come una bambina che, guardando l’acqua, scopre che il suo riflesso non fa più paura.

