LA SANITÀ TRADITA: TARANTO SENZA RETE E UNA COMUNITÀ CHE NON SI ARRENDE

La lunga battaglia civica per il San Marco torna al centro del dibattito mentre la Regione taglia 43 Case di Comunità
Nata ai tempi di Bagnardi sindaco, la mobilitazione del Comitato Salviamo l’Ospedale San Marco — con Milena Erario , grande pasionaria della causa, ancora presente nonostante un grave problema familiare — affonda le radici nel DM 70 del 2015, quando l’occupazione del presidio e una piazza da 6.000 persone segnarono la difesa di un diritto sopra ogni appartenenza politica. Una linea che non ha trovato ascolto nell’amministrazione D’Alò, accusata di un “signorsì” costante verso Emiliano. La chiusura del San Marco, definita «la sconfitta di un’intera comunità in cambio di un piatto di lenticchie», torna oggi a pesare mentre la Regione annuncia la soppressione di 43 Case di Comunità: un colpo che conferma ritardi, opacità e scelte che continuano a lasciare Taranto senza una vera rete sanitaria territoriale.
Grottaglie (Ta) – Non è una storia recente, né improvvisata, quindi. Il Comitato Salviamo l’Ospedale San Marco nasce quando a Grottaglie c’era ancora Bagnardi sindaco, e prende forma nel pieno del DM 70 del 2015, quando la riorganizzazione ospedaliera minacciava di cancellare identità, servizi e diritti. È allora che un gruppo di cittadini — tra cui Milena Erario decide che la salute non può essere barattata, né piegata a logiche di appartenenza.
Occupano il San Marco. Portano 6.000 persone in piazza. Costruiscono un fronte civico che non chiede favori, ma pretende risposte.

Purtroppo ci ha lasciato e le sue battaglie appassionate non hanno sortito a nulla. Riposa in Pace caro Michele, ora, dove sei, non hai più bisogno di combattere RiP e guardaci da lussù. Purtroppo chi ti ha succeduto ha preso altre strade più comode. Forse?
«Il nostro obiettivo è sempre stato uno: mettere la salute al di sopra di ogni appartenenza politica», ricorda oggi Vitaliano Bruno, voce storica del Comitato. Una linea che non tutti, però, hanno voluto seguire.


E così la chiusura del San Marco — simbolo, presidio, argine — diventa «la sconfitta di un’intera comunità, in cambio di un piatto di lenticchie». Una resa che oggi pesa più che mai, mentre la sanità tarantina affonda tra ritardi, opacità e strutture promesse e mai consegnate.
Quando Vitaliano Bruno parla, non sembra un attivista. Sembra un uomo che ha visto troppo, che ha contato troppe volte gli stessi giorni, che ha ascoltato troppe promesse evaporare. Il suo racconto non è un elenco di criticità: è un viaggio dentro una sanità che non riesce più a essere sanità. E Taranto, in questo viaggio, appare come una città sospesa, che aspetta da anni un cambiamento che non arriva mai.

«La fotografia della sanità tarantina ha perso i contorni», dice. E lo dice con quella calma che fa più male della rabbia. Perché quando un territorio perde i contorni, significa che non riconosce più se stesso.
Il SS Annunziata di Taranto, oggi, è il simbolo di questo smarrimento. Un ospedale che regge tutto il peso di una provincia intera, mentre il nuovo San Cataldo — quello che doveva essere il riscatto, la svolta, la modernità — resta un cantiere infinito. «Non si apre prima del 2028», ripete Bruno, e non è un’opinione: è la constatazione di chi ha visto slittare date, dichiarazioni, sopralluoghi, annunci. Un giorno si parla di ottobre 2027, il giorno dopo di un anno, poi di “45 mesi”. Una confusione che non è più solo amministrativa: è culturale. È il segno di un sistema che non sa più dire la verità.

Nel frattempo, il SS Annunziata scoppia. E il territorio implode.
Il San Marco di Grottaglie, che un tempo era un presidio, oggi è «una stampella», un luogo svuotato, un cronicario di emergenza. «La chiusura del pronto soccorso è stato un errore gravissimo», dice Bruno, e non serve aggiungere altro: basta guardare le ambulanze che girano a vuoto, i pazienti che non sanno dove andare, le famiglie che si arrangiano come possono. Perché è questo il punto: la gente non sa più come curarsi.
E quando la gente non sa come curarsi, non è solo un problema sanitario. È un problema democratico.

La medicina territoriale, che dovrebbe essere la prima linea, è invece un deserto. «Allo sbando», dice Bruno. I CUP non funzionano. Gli sportelli non esistono. Le liste d’attesa sono «tremende», e in alcuni casi «utilizzate per tornaconti personali». E mentre il pubblico arretra, il privato avanza: «nascono poliambulatori come funghi», racconta. È la legge del vuoto: se lo Stato non c’è, qualcuno prende il suo posto. Sempre.
E poi ci sono le Case di Comunità, il grande equivoco, il grande alibi, il grande buco nero. Bruno lo dice da mesi: «siamo al punto zero». E oggi la notizia lo conferma con una precisione quasi crudele: 43 Case di Comunità tagliate in Puglia, cancellate dal PNRR come se fossero righe superflue in un bilancio. Mancano i tempi, manca il personale, mancano le condizioni minime. E così, mentre la Regione corre per salvarne qualcuna, la verità è che molte non vedranno mai la luce.
A Taranto, tre strutture pronte. A Grottaglie, un involucro che rischia di restare vuoto. Perché una Casa di Comunità senza medici, senza tecnici, senza servizi, senza un modello organizzativo, è solo un edificio con un’insegna. E Bruno lo dice con una lucidità che brucia: «bisogna trovare subito un’alternativa, un piano B». Perché il PNRR non aspetta. E i cittadini nemmeno.

Gli Ospedali di Comunità, che dovrebbero essere il filtro tra territorio e ospedale, sono avvolti dallo stesso silenzio. «Non sappiamo nulla», ripete. Nessuna comunicazione, nessuna data, nessuna responsabilità. E mentre i sindaci si fanno i selfie davanti ai cantieri, nessuno chiede a che punto siamo davvero.
La politica, in tutto questo, non è un contorno: è il problema. «La politica ha preso il sopravvento sulla sanità», dice Bruno, e lo dice con la precisione di chi ha visto le liste elettorali riempirsi di figure legate alle ASL, le nomine diventare pedine, i direttori generali trasformarsi in strumenti di appartenenza. L’opposizione? «Incapace di proporre alternative». Il risultato? Un sistema che risponde ai partiti, non ai pazienti.
E poi c’è l’estate, i turisti, i Giochi del Mediterraneo. E la guardia medica di Pulsano chiusa. «Come facciamo a pensare che arrivino i turisti?», chiede Bruno. È una domanda semplice. È una domanda devastante.
Il suo racconto non è solo denuncia: è anche proposta. Chiede al nuovo direttore generale tre cose, tre cose soltanto, ma fondamentali:

- un piano operativo pubblico, chiaro, leggibile, verificabile;
- date certe per San Cataldo, Case di Comunità, Ospedali di Comunità;
- un rafforzamento immediato della medicina territoriale, perché senza territorio non c’è sanità.

E soprattutto chiede una cosa che sembra banale e invece è rivoluzionaria: verità. Verità sui ritardi, verità sulle responsabilità, verità sugli obiettivi mancati, verità sui premi dati a chi non ha consegnato ciò che doveva consegnare.
Perché la frase che resta, alla fine, è questa: «Il problema è che la gente non sa come curarsi». E quando un territorio non sa più dove andare a curarsi, non è solo un problema sanitario. È un problema di civiltà.

