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COERENZA, PRIMA DI TUTTO… RIFLESSIONI DI PINA COLITTA

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Pina Colitta ci scuote con una domanda che fa silenzio: con quale credibilità condanniamo le guerre del mondo, se poi nelle nostre giornate seminiamo indifferenza, invidia ed egoismo?
La grande storia non nasce nei palazzi, ma nelle case, nelle scuole, nei gesti minuscoli: un marciapiede pulito, un saluto, una bustina per il cane.
La pace non è retorica da post, è responsabilità quotidiana.
Nasce quando smettiamo di usare gli altri come ostacoli e iniziamo a trattarli come persone.
La  Colitta ci richiama alla coerenza con parole che pesano. Si indigna per le grandi ingiustizie del mondo, ma ci chiede di guardare prima le nostre microstorie.
E ce n’è una che brucia: le dispense della Caritas vuote nei giorni in cui la povertà bussa più forte.
I volontari, anche nelle festività, comprano di tasca propria il cibo per 50-60 persone, perché le risorse non bastano.
È qui che l’indignazione sui social diventa sterile.
La solidarietà vera ha bisogno di mani, di pasta, di olio, di tempo.
La pace nasce quando il piatto di un altro non è vuoto…
“Indignata da tutto ciò che vedo e, troppo spesso, respiro nella mia modesta quotidianità, oggi sento il bisogno di condividere una riflessione.
Ogni giorno assistiamo a dichiarazioni indignate contro le guerre, i genocidi, le occupazioni, le violenze e le ingiustizie che devastano interi popoli. Organizziamo convegni, marce, manifestazioni, scriviamo libri, pubblichiamo post, accendiamo candele e pronunciamo parole solenni. Tutto questo è importante. Ma c’è una domanda che raramente abbiamo il coraggio di rivolgere a noi stessi.
Con quale credibilità condanniamo la violenza del mondo, se poi nelle nostre relazioni quotidiane seminiamo indifferenza, invidia, esclusione e incoerenza?
La grande storia non nasce nei palazzi della politica. Nasce nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei condomini, nelle amicizie, nelle comunità. La macrostoria è la somma di milioni di microstorie. Se queste sono contaminate dall’egoismo, dalla ricerca del potere, dal clientelismo, dalla superficialità e dalla mancanza di rispetto, non possiamo stupirci se il mondo continua a produrre conflitti sempre più grandi.
E questa mancanza di rispetto la incontriamo ogni giorno, nelle cose più semplici. Basta passeggiare per le vie di una città per rendersene conto. Cartacce abbandonate a terra, sacchetti della spazzatura lasciati dove non dovrebbero essere, spazi pubblici trattati come se appartenessero a nessuno. Persino chi porta a passeggio il proprio amico a quattro zampe dimentica, troppo spesso, che prendersi cura del proprio animale significa anche prendersi cura della comunità: avere con sé una bustina per raccogliere i bisogni e una bottiglietta d’acqua per pulire è un gesto di civiltà, non un favore fatto agli altri.
Sono dettagli? No. Sono educazione. Sono senso civico. Sono rispetto. Ed è proprio da questi piccoli gesti che si misura il valore di una società.
Le guerre non iniziano soltanto quando si impugna un’arma. Cominciano molto prima: quando smettiamo di ascoltare l’altro, quando ignoriamo chi ci vive accanto, quando preferiamo il nostro interesse al bene comune, quando lasciamo che l’invidia prenda il posto della stima e che la competizione sostituisca la solidarietà.
Viviamo in un tempo in cui l’indignazione è diventata quasi uno spettacolo. Sui social si cercano emozioni immediate, immagini capaci di commuovere, anniversari da ricordare, tragedie da condividere. Ma la riflessione sulla qualità delle nostre relazioni interessa molto meno. È meno appariscente. Fa meno rumore. E, probabilmente, raccoglie anche meno consenso.
Eppure promuovere la cultura significa molto più che diffondere informazioni o organizzare eventi. Significa promuovere l’umanità, la solidarietà, la reciprocità, la capacità di costruire legami autentici. Significa creare occasioni in cui il bene si moltiplica attraverso l’esempio. Anche condividere un momento di gioia personale può diventare un gesto culturale, se nasce dal desiderio di coinvolgere gli altri e non semplicemente di comunicare qualcosa di sé. Condividere non vuol dire soltanto mostrare. Vuol dire far sentire l’altro parte di un’esperienza, creare relazione, generare appartenenza. È questa la cultura che rende una comunità più umana.
E quando parliamo di attenzione verso il prossimo, credo sia necessario avere anche il coraggio di andare nei luoghi della sofferenza. Non per sentirci migliori, non per poter dire “io c’ero”, ma per capire davvero cosa manca e cosa non funziona. La povertà non si comprende fino in fondo osservandola da lontano.
Chi presta servizio nelle mense sociali o nei centri di accoglienza conosce una realtà che spesso rimane invisibile. Accade, infatti, che proprio nei giorni di maggiore bisogno, perfino nelle grandi festività, i volontari siano costretti a portare personalmente il cibo necessario per preparare un pranzo o una cena dignitosa a cinquanta o sessanta persone, perché le risorse disponibili non bastano. È una realtà che interroga tutti. Al di là delle responsabilità delle singole organizzazioni o delle istituzioni coinvolte, resta un fatto: senza la generosità concreta di chi dona tempo, alimenti e competenze, molte persone rischierebbero di rimanere senza un pasto. Questa esperienza insegna che la solidarietà non può limitarsi alle dichiarazioni d’intenti. Ha bisogno di mani che lavorano, di persone che osservano, comprendono e scelgono di colmare, per quanto possibile, ciò che manca.
Continuo a scrivere non per rincorrere i “like”, ma perché credo che un pensiero abbia valore quando invita a interrogarsi. Non cerco consenso, ma coscienza. E la coscienza richiede responsabilità, coraggio e, soprattutto, coerenza.
La parola che oggi manca più di tutte è proprio questa: coerenza.
Coerenza tra ciò che diciamo e ciò che viviamo.
Coerenza tra i valori che proclamiamo e il modo in cui trattiamo il vicino di casa, il collega, l’amico, chi è fragile, chi è solo, chi non può offrirci nulla in cambio.
È troppo facile condannare il potente che opprime un popolo se, nel nostro piccolo, continuiamo a esercitare forme di dominio sugli altri attraverso l’arroganza, l’indifferenza o il disprezzo.
È troppo facile parlare di giustizia se poi non siamo giusti nelle relazioni più semplici.
È troppo facile chiedere un mondo migliore senza essere disposti a diventare persone migliori.
Forse dovremmo smettere di aspettare che la politica cambi il mondo e iniziare a costruire una politica delle relazioni. Una politica fatta di ascolto, di attenzione, di rispetto, di cura e di gratuità. Perché ogni gesto autentico genera cultura, e ogni cultura costruisce la storia.
Non sarà un evento, una conferenza o uno slogan a rendere il mondo più umano. Lo farà la capacità di riconoscere nell’altro una persona e non un ostacolo, un rivale o uno strumento.
Finché nelle nostre microstorie continueranno a dominare l’invidia, la corsa al potere, l’indifferenza e l’incoerenza, ogni grande dichiarazione sulla pace rischierà di trasformarsi in semplice retorica.
La pace non nasce quando la raccontiamo.
Nasce quando la viviamo.
E il mondo cambierà davvero solo il giorno in cui avremo il coraggio di pretendere da noi stessi la stessa onestà, lo stesso rispetto e la stessa umanità che chiediamo ai potenti della Terra.
Perché la civiltà non si misura soltanto da come reagiamo davanti ai grandi drammi dell’umanità. Si misura, ogni giorno, da come trattiamo il marciapiede sotto casa, il bene comune, il vicino, l’anziano, il bambino, l’ambiente e ogni persona che incrocia il nostro cammino.
È da lì che comincia la pace.
È da lì che nasce una società migliore.
E forse è proprio da lì che ricomincia anche la speranza: dalla scelta quotidiana di trasformare la cultura in comportamento, la solidarietà in presenza, il rispetto in stile di vita e la condivisione in autentica partecipazione. Perché il cambiamento del mondo non dipende soltanto da ciò che denunciamo, ma soprattutto da ciò che ogni giorno decidiamo di costruire insieme”.

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