APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – IL PUMO GIGANTE E LA POLITICA DEL CONSENSO FACILE

Grottaglie si racconta come capitale della ceramica, ma troppo spesso si comporta come periferia culturale. L’inaugurazione del Pumo più grande del mondo ne è l’ennesima dimostrazione: un evento costruito per generare consenso, non cultura. Un rito politico più che artistico, dove la ceramica diventa scenografia e non visione. Senza voler togliere nulla alle capacità capasonare e promozionali (marketing) dell’imprenditore ceramista Giuseppe Rosa non posso non scrivere quanto segue.
Sabato sera, nel Quartiere delle Ceramiche, è andata in scena una celebrazione perfetta: certificazione, benedizione, dichiarazioni istituzionali, applausi. Tutto impeccabile, tutto ordinato, tutto funzionale alla narrazione del potere. Ma la domanda resta: dov’è l’arte? E soprattutto: dov’è la politica culturale?
Il Pumo gigante è un oggetto ingrandito, non un’opera. È un simbolo popolare, rassicurante, utile alla propaganda. È un prodotto che non disturba, non interroga, non sposta equilibri. E infatti viene definito “opera che si innesta nel tessuto artigianale”: una formula che serve più a giustificare che a spiegare. Una frase che non dice nulla, se non che questa Amministrazione da oltre 10 anni preferisce ciò che è facile da gestire.
Perché mentre si celebra un oggetto ingrandito, la città continua a ignorare, per fare un esempio concreto, uno dei suoi grandi artisti, uno di quelli che hanno portato la ceramica grottagliese oltre i confini locali: Francesco Carbotti.

Carbotti è architetto, ceramista, scultore monumentale. È uno di quei talenti che hanno trasformato la tradizione figulina e la ceramica d’arte in linguaggio contemporaneo. È uno di quelli che Grottaglie non ha mai davvero sostenuto. È uno di quelli che devono uscire dalla città per essere riconosciuti. È uno di quelli che incarnano perfettamente il vecchio detto: nemo profeta in patria. Certo il Carbotti con il suo carattere spigoloso non è persona che mette al bando la sua dignità per un briciolo di notorietà, lui sa di realizzare opere fuori dall’ordinario che non possono essere messe alla mercé di chi li vorrebbe usare come propaganda politica, le sue opere parlano d’arte nei percorsi dedicati alla contemplazione e all’analisi delle grandi opere artistiche.
Le sue opere monumentali — come quelle raccontate nel mio articolo I volti dell’anima a Viggiano — sono presenze che dialogano con lo spazio, con la comunità, con la memoria. Non sono attrazioni: sono identità. Non sono record: sono visione.
(Nella foto di copertina a sinistra, alle spalle dell’arch. Francesco Carbotti, la Madonna del Rosario monumentale opera in maiolica robbiana, terracotta invetriata, mosaico persiano, marmi policromi con lustro metallico in oro zecchino e platino, da lui realizzata)

Eppure, a Grottaglie, queste opere non hanno trovato spazio. Non hanno trovato ascolto. Non hanno trovato volontà politica.
Da una parte, un Pumo gigante perfetto per la comunicazione istituzionale, ottima operazione di marketing sia per chi lo ha realizzato (Giuseppe Rosa), per i suoi sponsor e la stessa Amministrazione comunale sempre pronta a dare visibilità al popolare alla facile fruizione. Dall’altra, un artista che porta la ceramica grottagliese nel mondo, ignorato dalla sua stessa città.
Questa non è una svista: è una strategia. Grottaglie preferisce ciò che è immediato, fotografabile, spendibile e ottimo per fare selfie. Ciò che non richiede competenza critica. Ciò che non mette in discussione la gestione del potere culturale.
Perché l’arte vera è scomoda. L’arte vera non si controlla. L’arte vera non si certifica con un metro e un geometra. L’arte vera non serve a fare consenso: serve a fare futuro.
Ma per essere unica, deve saper riconoscere chi la rende tale. Non chi la rende comoda.
Il Pumo gigante è un’attrazione. Le opere di Carbotti sono un’eredità.
Uno è un oggetto. L’altro è un linguaggio.
Uno è un evento. L’altro è una visione.
E una città che non sa distinguere tra le due cose rischia di diventare capitale della ceramica solo nelle brochure, non nella realtà.
Grottaglie deve decidere cosa vuole essere.
Una città che ingrandisce ciò che già conosce. O una città che sostiene chi la porta oltre i suoi confini.
Perché la ceramica non è solo tradizione: è anche politica culturale. E la politica culturale, oggi, non sta nei due metri di un Pumo. Sta nelle opere monumentali di un artista che Grottaglie non ha voluto vedere. Sta in chi, come Carbotti, continua a dimostrare che la vera grandezza non si misura in centimetri, ma in visione.
Ovviamente senza nulla togliere all’iniziativa di Giuseppe Rosa, ma senza dimenticare l’ARTE Ceramica Grottagliese che va innanzitutto fatta comprendere e apprezzare per prima ai grottagliesi che devono essere aperti anche ai grandi progetti culturali e quindi volti a sostenerli, apprezzarli e perché no a esigere ambienti espositivi locali atti non solo alla fruizione ma anche alla veicolazione dell’immagine della ceramica di altissimo livello che esiste ed è molto apprezzata altrove e perché no anche a Grottaglie?
(Tutte le foto dell’articolo sono di Michele Manisi grafico e fotografo professionista)

