SKUNK ANANSIE A BARI
Il 24 luglio alla Fiera del Levante il rock è diventato questione sociale. Tra generazioni, identità e spazi pubblici da riconquistare.
Per una sera l’unica data in programma a Bari, quella degli Skunk Anansie per il Locus Festival, ha fermato la città. E l’ha rimessa insieme.
In un tempo in cui ci raccontano divisi per età, quartiere e algoritmo, la Fiera per 2 ore ha funzionato come bene comune.
Bari non è “tappa di passaggio”.
La scelta di portare qui l’unica data pugliese non è un dettaglio. È una dichiarazione.
Per troppo tempo il Sud è stato considerato luogo da attraversare per arrivare “ai grandi concerti”. Venerdì Bari è stata la destinazione.
Il Locus Festival ha fatto il salto da evento di nicchia a motore economico e culturale, senza snaturarsi. Ha portato lavoro, turismo e soprattutto orgoglio a chi vive qui e non deve più partire per sentirsi parte di qualcosa di grande.
Gli Skunk Anansie non intrattengono. Interrogano.
Sul palco Skin, 58 anni, donna nera, ha mostrato una personalità forte con la sua performance perfetta.
È lì che il concerto è diventato fatto sociale. Perché parlare di identità, corpo, guerra e Dio davanti a 15mila persone eterogenee e venir ascoltati in silenzio è già un atto politico.
Viviamo un’estate di tormentoni da 15 secondi. Venerdì gli Skunk ci hanno obbligati all’opposto: 2 ore di attenzione, di basso nello sterno, di “I can dream, a dream so big and loud” cantato tutti insieme.
Skin ha chiuso con un “Grazie Bari. Grazie per averci fatto sentire a casa” e se n’è andata come era arrivata. Senza fronzoli.
I concerti migliori non sono quelli con più fuochi d’artificio. Sono quelli che ti lasciano una domanda.
Quella sera a Bari la domanda era semplice e scomoda: di quanta rabbia bella, di quanta bellezza che resiste e di quanto bisogno di urlare insieme abbiamo ancora per sentirci veri ed autentici con quella grinta di essere i protagonisti della nostra quotidianità.

