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TRE SERATE, UN’UNICA LUCE: LA CULTURA DELLA FRAGILITA’ COME INCONTRO A PULSANO di Pina Colitta

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Mi piace pensare che la cultura sia questo: una luce. Non una luce che abbaglia, ma una luce che illumina ciò che spesso resta in ombra. È quello che ho sentito nelle tre serate del Festival culturale promosso da Don Davide nella Chiesa di Santa Maria La Nova a Pulsano. Tre incontri diversi, tre voci diverse, tenute insieme dallo stesso filo: la fragilità.
La prima serata ha avuto come protagonista Franco Arminio. Nella chiesa gremita, non si è parlato “di” poesia. Si è fatta poesia.
Nei suoi versi c’era ironia, dolore, tenerezza. Un racconto di sé che, proprio perché sincero, finiva per raccontare tutti noi. Arminio ci ha ricordato che la cultura autentica non è fatta di etichette né di autoreferenzialità. Ha senso quando diventa viatico per entrare nell’animo dell’altro, quando con una parola semplice ci fa sentire meno soli.
Ad accompagnare quella parola, Francesca Ritrovato  ha dato voce alla sofferenza psichica con una delicatezza che non chiedeva compassione, ma comprensione. Perché la vulnerabilità, ci è stato detto, appartiene a ogni essere umano.
La vera patologia, forse, è l’incapacità di trasmettere la cultura come incontro. Quella sera la chiesa era piena non attorno a un protagonista, ma attorno alla forza della parola. Una parola che accoglieva, che ascoltava. Come il messaggio cristiano quando rinuncia al giudizio.
La seconda serata ha cambiato luogo per un imprevisto: dalle luci soffuse di Santa Maria La Nova al  campo da basket dell’oratorio, rischiarato dalla luna. Eppure è stato proprio questo a renderla più vera. La poesia, senza scenografie, ha trovato il suo spazio sotto il cielo aperto.
Daniele Mencarelli ha trasformato il racconto in raccontarsi e in lezione di vita. Ha parlato di poeti, ne ha recitato i versi, e li ha restituiti vivi, come se appartenessero al nostro presente.
Per lui la scrittura è prima di tutto un ringraziamento. Persino il fallimento diventa il “catino” in cui raccogliersi per tornare a se stessi. Il suo stile è intenso ma semplice: niente effetti, solo la voce e il ritmo naturale delle parole.
Il momento più alto è stato quando ha coniugato la fragilità:
Io sono fragile. Tu sei fragile. Egli è fragile. Noi siamo fragili…
In quella coniugazione nasce la relazione, la consapevolezza, la responsabilità verso ciò che siamo stati.
E poi quel gesto: piegarsi per allacciarsi una scarpa mentre parlava. Un gesto ordinario diventato verità. Come dire: «Io non sono sopra di voi. Sono uno di voi». La bellezza, ci ha ricordato, non ha bisogno di luoghi perfetti. Nasce dove ci sono persone disposte ad ascoltare.
L’ultima serata è tornata nella Chiesa di Santa Maria La Nova. Ospite Michela Marzano, che non è stata una relatrice, ma una presenza. Sul palco c’era vita: c’erano i suoi genitori, il marito, i nipoti, e con loro una famiglia più grande fatta di tutti noi spettatori.
Le sue mani accompagnavano il pensiero, il corpo seguiva le idee. Parlava di filosofia, ma nasceva dall’esperienza. Il cuore del suo intervento era ancora la fragilità. Non come debolezza, ma come sostanza dell’esistere. Il luogo in cui abitiamo le nostre crepe.
«Il dolore non ha valore in sé», ha detto. «Acquista senso quando lo trasformiamo». La psicoanalisi non ci salva dalla vita, ci aiuta ad attraversarla. Fino a poter dire: “Sono imperfetta. E va bene così.”
Lo sguardo si è poi rivolto ai giovani. A loro chiediamo di essere sempre forti e performanti, ma il loro diritto più grande è non sapere ancora chi sono. L’adolescenza va attraversata insieme. Bisogna ascoltare il silenzio, la noia, ciò che non diventa ancora parola. Un ragazzo che si annoia non è da rimproverare, è da guardare.
«La vita non è qualcosa da cui guarire. Si impara ad abitarla». Con le assenze, con le crepe, con la vulnerabilità.
E alla fine, un altro gesto semplice: togliersi la giacca in una chiesa gelida. Senza dire nulla, ha mostrato tutto. La fragilità non è da nascondere. È il coraggio di mostrarsi senza maschere.
Tre sere, tre voci. Arminio, Mencarelli, Marzano.
Tre modi di dire la stessa cosa: la cultura non è una vetrina. Serve a creare relazioni. Serve a dirci che nessuno si salva da solo.
Grazie a Don Davide e ai suoi ragazzi per aver trasformato anche gli imprevisti in occasioni.
E grazie perché, in queste sere, abbiamo capito che la luce vera non divide, non seleziona, non esclude. È quella che ci permette di ritrovarci nell’altro e, qualche volta, di ritrovare noi stessi.

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