A GROTTAGLIE L’AEROSTAZIONE CHE RESPIRA CERAMICA, ORA DEVE AVERE I VOLI CIVILI
Le dodici installazioni che ammaliano Grottaglie e reclamano l’apertura ai voli civili: un unicum mondiale della narrazione ceramica
All’aerostazione di Grottaglie accade qualcosa che non ha eguali nel mondo. Non un aeroporto, non un museo, non un percorso espositivo: un organismo narrativo, un corpo vivo che respira ceramica, identità, memoria, futuro. Dodici installazioni che non sono dodici opere: sono dodici capitoli di un’unica storia, quella della città che ha fatto della terra e del fuoco la propria lingua madre.
Chi attraversa il Terminal Passeggeri – ancora incredibilmente chiuso ai voli civili – entra in un paesaggio culturale che nessun altro scalo internazionale può vantare. Qui la ceramica non è ornamento: è narrazione pubblica, è architettura simbolica, è biglietto da visita territoriale.
C’è Leggerezza, con la cupola maiolicata che si dissolve in una “parete non parete”, le rondini assimilabili anche a un branco di sardine che punteggiano il cielo e il sole sospeso nel primo caso, oppure il mare nella seconda ipotesi. C’è il Respiro dei miti greci, con le maschere teatrali che riportano la Magna Grecia nel cuore del viaggio contemporaneo. C’è Satyrión, la nascita di Taranto, Falanto e i coloni spartani che attraversano il mare fino a Saturo, trasformati in una sequenza verticale che sale dalla terra al cielo. C’è il Bosco delle Forme, biblioteca viva di ceramica antica d’uso, sospesa come frutti preziosi. C’è La Pupa, colonna identitaria che intreccia tessuti pugliesi e memoria figulina. C’è Anima Rurale, con ulivi, vigne e fichi d’India che diventano erbario sospeso, cortina vegetale, abbraccio rurale. C’è Geometrie della Natura, dove la matrice ispano‑moresca dialoga con pavoni, limoni, ulivi, farfalle e melograni. C’è Terra Jonica, che racconta passato, presente e futuro attraverso il melograno, il Ponte Girevole, la Magna Grecia, la tecnologia. E poi le opere che parlano di libertà, di rotta, di deviazioni che diventano destino, di comunità, di memoria, di futuro.
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Questa narrazione non sarebbe possibile senza la coralità delle botteghe che hanno dato forma, materia e anima alle installazioni. Eccole, tutte, in ordine perché ognuna è parte essenziale del racconto:
- Ceramiche Bonfrate Eligio
- Bottega Ceramica di Annamaria Quaranta
- Bottega Del Monaco
- Bottega Vestita di Francesca, Carmelo, Mimmo e Antonio Vestita
- Ceramiche Caraglia Salvatore
- Domenico Caretta Maioliche di Caretta Pietro e Stella
- Carpe Diem Ceramiche di Leonardo Caramia
- Carriero Ceramiche di Francesco Carriero
- Ceramiche Antonio Monteforte di Monteforte Annamaria
- Ceramica Artistica Ciro Bentivoglio
- Ceramica La Terra Incantata: dei F.lli Spagnulo G. & D.
- Ceramiche Mastro
- Ceramiche Terra Acqua e Fuoco di Marchesotti Vincenza
- Cocci d’Autore di Patronelli Emanuele e Simona Mitrangolo
- Elia Studio Lab di Elia Rosario
- Ceramiche Fasano Marcello e Gaetano
- La Ceramica Vincenzo Del Monaco di Eredi Del Monaco Giuseppe
- Laboratorio Ceramico Ciro Fornaro di Fornaro Pamela
- Nicola Fasano Ceramiche
- Orlando Ceramiche di Giuseppe Orlando
- Pabà Ceramiche di Paola Badella
- Stefano Monteforte Ceramiche Artistiche
- Studio d’arte Ligorio di Ligorio Giuseppe
Mentre il tavolo tecnico per la progettazione, realizzazione e coordinamento artistico del Progetto è composto dai seguenti professionisti, che hanno lavorato in maniera unitaria per il raggiungimento del risultato oggi visibile presso il Terminal:
- Arch. Cosimo D’Urso
- Arch. Vincenzo Del Monaco
- Prof. Angelo Galiandro
- Arch. Maria Francesca Monteforte
- Cer. Emanuele Patronelli
- Dott.ssa Annamaria Quaranta
- Ing. Antonio Vestita
Dove molto ha contato la supervisione dell’architetto Cosimo D’Urso e del professore Angelo Galiandro, due figure storiche che hanno coguidato l’intero ciclo con una coerenza rara, profondamente radicata nel territorio.
D’Urso, architetto, ha portato la visione strutturale: la capacità di leggere lo spazio come narrazione, di trasformare un terminal in un dispositivo culturale. Galiandro, docente storico dell’Istituto d’Arte Calò – oggi Liceo Artistico – ha formato generazioni di ceramisti, trasmettendo tecniche, sensibilità, disciplina, identità. La sua impronta è nelle mani di molti degli artigiani coinvolti: un’eredità viva che oggi torna in forma di opera pubblica.
La loro direzione emerge: nella scelta dei temi, nella qualità delle esecuzioni, nella capacità di tenere insieme tradizione e contemporaneità, mito e paesaggio, identità e futuro. Queste due figure di alto lignaggio culturale ed artistico, senza nulla togliere agli altri componenti del tavolo tecnico, hanno una storia che parte da lontano, e che i vecchi operatori culturali e la sottoscritta come giornalista di vecchia data conoscono bene, quindi in questo caso sicuramente saranno stati dei preziosi Diogene che hanno illuminato il cammino che ha portato a questo progetto che deve essere ampliato/integrato con altre autorevoli presenza che opera nell’ambito dell’arte ceramica grottagliese. Oso fare dei nomi: Marco Rocco, arch. Francesco Carbotti, Annibale Trani, Vincenzo Carbotti e magari qualche altro di cui al momento mi sfugge il nome.
Tutto questo accade in un aeroporto che non vola. Un paradosso che non è più sostenibile.
Grottaglie ha costruito un unicum mondiale: una aerostazione che è anche un’opera d’arte totale, un dispositivo culturale che nessun’altra città possiede.
Le dodici installazioni non sono un ornamento: sono un argomento. Un argomento forte, definitivo, difficilmente contestabile.
Grottaglie merita l’apertura ai voli civili anche – e forse soprattutto – per questa narrazione che nessun’altra città può replicare. Un unicum mondiale, con pochissime probabilità di essere smentito.
L’aerostazione è pronta. La sua arte è già decollata. Ora tocca ai voli seguirla.

