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Il futuro del Primitivo tra Consorzio, nuovi mercati e Premio Sagra del Vino

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La quantità diminuisce, la qualità invece sembra andare nella direzione opposta. Si è conclusa la vendemmia 2026 del Primitivo di Manduria e, almeno stando alle prime valutazioni del Consorzio di Tutela, dalle vigne arriva un segnale decisamente positivo: uve sane, integre, gradazioni elevate e prospettive interessanti in termini di struttura, concentrazione e intensità aromatica.

Meno grappoli, dunque, ma con tutte le caratteristiche per avere grandi vini. Sul piano quantitativo la vendemmia ha infatti fatto registrare una flessione di circa il 20% rispetto allo scorso anno. Le elevate temperature estive hanno anticipato la raccolta, senza però compromettere lo stato sanitario delle uve e la loro qualità.

Il problema, a questo punto, sembra essere un altro: riuscire a trasformare questa qualità in valore.

Ed è probabilmente questa la vera sfida che attende il Primitivo nei prossimi anni. Perché avere un’ottima uva, produrre un buon vino e persino aumentare il numero delle bottiglie immesse sul mercato non significa necessariamente riuscire a garantire una maggiore remunerazione a chi quell’uva la coltiva.

Lo sottolinea lo stesso Consorzio. I numeri dell’imbottigliato raccontano infatti una denominazione tutt’altro che immobile: il Primitivo IGP registra complessivamente una crescita del 6%, mentre per il Primitivo di Manduria DOP l’incremento arriva al 12,6%. Una crescita che, però, non si è ancora tradotta nella stessa misura in valore riconosciuto alle uve.

«Dietro ogni grappolo ci sono lavoro, investimenti, competenze e sacrifici», ricorda il Consorzio, ponendo una questione che va oltre la semplice vendemmia e interessa l’intera filiera: produzione, trasformazione e imbottigliamento devono riuscire a crescere insieme.

Il Consorzio, naturalmente, non può determinare il prezzo delle uve, legato alla domanda, all’offerta e alle trattative tra gli operatori, ma può intervenire attraverso programmazione, tutela della denominazione, gestione dell’offerta e soprattutto promozione. Ed è proprio su quest’ultimo punto che il discorso sul futuro del Primitivo diventa particolarmente interessante.

Qualche giorno fa, passeggiando tra gli stand di Vinòforum a Roma, avevo posto al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida una domanda molto semplice: come si possono rilanciare le vendite del vino italiano in un momento nel quale alcuni settori stanno mostrando segnali di difficoltà?

La sua risposta era partita proprio dalla necessità di non parlare genericamente di crisi del vino italiano, distinguendo invece tra comparti che continuano a ottenere buoni risultati e altri che hanno bisogno di trovare nuovi sbocchi commerciali.

Lollobrigida aveva indicato, tra gli esempi, il mercato cinese, spiegando come alcuni Paesi continuino ad avere interesse per vini caratterizzati da gradazioni più importanti. Aveva citato l’Amarone e l’Asti, ma il suo ragionamento potrebbe aprire inevitabilmente una riflessione anche sul Primitivo.

Per struttura, concentrazione e quella gradazione alcolica che rappresenta spesso uno dei suoi caratteri più riconoscibili, il Primitivo potrebbe infatti essere uno dei vini sui quali lavorare maggiormente nella ricerca di quei mercati nei quali questa tipologia continua ad avere spazio. Non significa naturalmente immaginare che basti spedire qualche bottiglia in Cina o in Sud America per risolvere i problemi della filiera. Significa, piuttosto, iniziare a ragionare su una promozione costruita per mercati differenti, raccontando il vino in maniera diversa a seconda del pubblico che si vuole raggiungere.

Lo stesso ministro aveva sottolineato un concetto tanto semplice quanto spesso dimenticato: «Per fare impresa non basta riuscire a produrre, bisogna anche saper stare sui mercati e, quindi, saper vendere».

Ed è probabilmente qui che si gioca una parte importante del futuro del Primitivo.

Perché questo vino non ha certamente bisogno di inventarsi un’identità. Ce l’ha già, ed è fortissima. Bisogna però riuscire a comunicarla meglio e soprattutto trasformarla in valore.

Una strada che non passa esclusivamente dall’export.

Lo abbiamo visto anche questa estate a Carosino (TA) dove in occasione della 60ª Sagra del Vino è nato il Premio Sagra del Vino “Epops”, dedicato proprio alle differenti espressioni del Primitivo pugliese. Un’iniziativa nata con l’obiettivo di riportare il vino al centro di una manifestazione che sessant’anni fa aveva tra le proprie ragioni fondanti proprio la valorizzazione della viticoltura locale.

Primitivo di Manduria DOP, Gioia del Colle Primitivo DOP e Primitivo IGP sono stati messi uno accanto all’altro, degustati alla cieca e valutati mostrando quanto lo stesso vitigno possa cambiare volto a seconda del territorio, dell’annata e della mano del produttore. Monte Diavoli 2021 di Masseria Cuturi 1881 si è imposto tra i Primitivo di Manduria DOP, mentre Riserva 2023 di Cantine Tre Pini e La Signora 2021 di Morella hanno conquistato rispettivamente le categorie Gioia del Colle DOP e Primitivo IGP.

Ed è forse proprio da iniziative di questo tipo che bisogna partire: mettere il vino davanti al pubblico, raccontarlo, confrontarlo e fare comprendere che dietro la parola “Primitivo” non esiste un solo vino, ma territori, stili e interpretazioni profondamente differenti.

Il Consorzio sembra muoversi anche in questa direzione. Tra le ipotesi sulle quali si sta lavorando c’è infatti l’introduzione del Primitivo di Manduria nella tipologia rosato, con l’obiettivo dichiarato di ampliare l’offerta, raggiungere nuovi segmenti di mercato e adeguarsi all’evoluzione dei consumi senza perdere il legame con il territorio.

Una scelta che fotografa bene la fase che sta vivendo tutto il settore vitivinicolo. Conservare l’identità non può significare necessariamente rimanere immobili.

Il Primitivo parte, in fondo, da una posizione privilegiata: ha un nome riconoscibile, un territorio fortemente identificabile, una lunga storia alle spalle e, dopo la vendemmia 2026, sembra avere anche una materia prima di grande qualità.

Adesso bisogna riuscire a venderla bene, ma soprattutto a venderla al giusto valore.

Perché la sfida non può essere semplicemente quella di mettere qualche bottiglia in più sugli scaffali. Deve essere fare in modo che quella bottiglia, una volta venduta a Roma, New York, Shanghai o dall’altra parte del mondo, riesca a restituire valore anche al viticoltore che mesi prima, sotto il sole della provincia di Taranto, quel grappolo lo ha raccolto.


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Massimiliano Bruno Cinque

scrivo di enogastronomia e fumo lento. Appassionato di sport e politica

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