Cronaca sindacale

Cronaca sindacale (121)

Farsi forti usando l’anello più debole della catena: i lavoratori. Tutto senza una prospettiva futura, una risposta adeguata alla sfida a cui Taranto è chiamata e sottraendo alla stessa dignità dei lavoratori l’opportunità di essere protagonisti di questo momento con le loro legittime istanze, le loro preoccupazioni, il loro punto di vista, attraverso i loro rappresentanti sindacali regolarmente eletti.

Sono le parole che il segretario generale della CGIL di Taranto, Paolo Peluso, pronuncia riferendosi al perdurare del blocco davanti alle portinerie imprese dello stabilimento ex ILVA, da parte delle aziende dell’indotto.

Avevamo offerto a Confindustria, insieme a CISL e UIL, la possibilità di concordare azioni comuni che tenessero assieme tutti i difficili pezzi di un puzzle che smembrato in questi termini rischia di “minimizzare” le azioni e le risposte. L’invito a muoverci assieme rivendicando anche la legittima richiesta delle imprese di essere pagate per i loro servizi, era inoltre un presupposto che ci avrebbe consentito di essere meno deboli, meno frammentati e traguardare obiettivi condivisi – dice Peluso – E’ evidente che la proposta è stata rifiutata e che a quelle imprese non interessa molto la vertenza d’assieme, con tutte le sue drammatiche sfaccettature, ma solo ed esclusivamente il contingente bisogno di far cassa.

Un atto che getta disonore su una richiesta seppur legittima – ribadisce Peluso – perché non si possono pagare i lavoratori per lasciarli a casa, oppure porli in libertà senza sapere se quelle giornate saranno pagate o meno, o peggio ancora usare gli stessi come scudo umano davanti alle portinerie. Tutto ciò non potrà essere privo di conseguenze nei rapporti tra le imprese locali e i lavoratori, considerati anello debole e ininfluente anche nel gioco di sponda delle istituzioni regionali che assicurano interventi diretti alle imprese e dimenticano, però, troppo spesso di ascoltare quegli operai.

Confindustria e imprese – conclude Peluso - rimuovano immediatamente i blocchi e mostrino quella maturità che questo pur difficilissimo momento richiede.

Farsi forti usando l’anello più debole della catena: i lavoratori. Tutto senza una prospettiva futura, una risposta adeguata alla sfida a cui Taranto è chiamata e sottraendo alla stessa dignità dei lavoratori l’opportunità di essere protagonisti di questo momento con le loro legittime istanze, le loro preoccupazioni, il loro punto di vista, attraverso i loro rappresentanti sindacali regolarmente eletti.

Sono le parole che il segretario generale della CGIL di Taranto, Paolo Peluso, pronuncia riferendosi al perdurare del blocco davanti alle portinerie imprese dello stabilimento ex ILVA, da parte delle aziende dell’indotto.

Avevamo offerto a Confindustria, insieme a CISL e UIL, la possibilità di concordare azioni comuni che tenessero assieme tutti i difficili pezzi di un puzzle che smembrato in questi termini rischia di “minimizzare” le azioni e le risposte. L’invito a muoverci assieme rivendicando anche la legittima richiesta delle imprese di essere pagate per i loro servizi, era inoltre un presupposto che ci avrebbe consentito di essere meno deboli, meno frammentati e traguardare obiettivi condivisi – dice Peluso – E’ evidente che la proposta è stata rifiutata e che a quelle imprese non interessa molto la vertenza d’assieme, con tutte le sue drammatiche sfaccettature, ma solo ed esclusivamente il contingente bisogno di far cassa.

Un atto che getta disonore su una richiesta seppur legittima – ribadisce Peluso – perché non si possono pagare i lavoratori per lasciarli a casa, oppure porli in libertà senza sapere se quelle giornate saranno pagate o meno, o peggio ancora usare gli stessi come scudo umano davanti alle portinerie. Tutto ciò non potrà essere privo di conseguenze nei rapporti tra le imprese locali e i lavoratori, considerati anello debole e ininfluente anche nel gioco di sponda delle istituzioni regionali che assicurano interventi diretti alle imprese e dimenticano, però, troppo spesso di ascoltare quegli operai.

Confindustria e imprese – conclude Peluso - rimuovano immediatamente i blocchi e mostrino quella maturità che questo pur difficilissimo momento richiede.

È del tutto legittima la preoccupazione di chi come noi, avendo a cuore le sorti del territorio con il siderurgico tarantino e le prospettive di politica industriale del Paese, esprime riserve sulla qualità di gestione della crisi ex Ilva, pur riconoscendo al Primo Ministro Giuseppe Conte una capacità di iniziativa che, tuttavia, rischia di essere contestualmente influenzata da controspinte interne al suo stesso Esecutivo.

Nondimeno evidenziamo la sensibilità dimostrata sui temi del lavoro dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto di recente i vertici confederali di Cisl, Cgil e Uil, prendendo atto dei timori degli operai che temono di perdere i loro posti di lavoro e di cosa significhi per l’Italia non avere più un settore così importante ed in cui è competitivo sul mercato mondiale, come la produzione di acciaio.
La situazione, al momento, appare magmatica mentre certezze sono costituite dalla capacità di mobilitazione, dell’intero movimento sindacale confederale, reputando condizioni non negoziabili la produttività dello stabilimento con un piano industriale chiaro e coerente con le potenzialità del mercato mondiale dell’acciaio, la salvaguardia occupazionale dei dipendenti diretti, dell’appalto e dell’indotto, il processo di ambientalizzazione, garantito da tempi e condizioni già previsti nell’accordo di settembre 2018.
In presenza di atti giudiziari presentati presso i Tribunali di Milano e di Taranto, che rispettiamo e di un atteggiamento di ArcelorMittal finora percepito, in varie circostanze, come più proteso alla rottura che alla mediazione, insistiamo ancora nel sostenere come necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutti e a tutti i livelli.
In particolare da parte del Governo nell’immediato, per il ripristino dello scudo penale, per la ripresa della trattativa con l’Azienda da richiamare alle proprie responsabilità, per scongiurare un possibile spegnimento della fabbrica e per recuperare la continuità produttiva.
La Cisl con l’iniziativa Taranto Vision 2020, aveva individuato percorsi di sostenibilità, mettendo a confronto realtà industriali avanzate in Paesi europei nostri competitori, dove la sostenibilità sociale ed ambientale della produzione siderurgica era stata positivamente realizzata già da tempo.
Nell’iniziativa, datata 2003, si dimostrò come con un’azione sinergica ed illuminata da parte di tutti, anche il sito produttivo ionico sarebbe potuto divenire sostenibile grazie all’introduzione delle migliori tecnologie presenti sul mercato.
Oggi a quel 2020 stiamo per giungere e purtroppo c’è il rischio, da scongiurare, che il precipitare degli eventi possa portare allo spegnimento dello stabilimento.
Tutto ciò significherebbe non bonificare, né ambientalizzare più l’area del siderurgico e le altre circostanti, con una catastrofe ambientale e sociale che farebbe il paio con la mancata garanzia di reddito per migliaia di addetti e per le rispettive famiglie che vivono qui al Sud, senza considerare la perdita irrevocabile della produzione dell’acciaio e dell’industria manifatturiera italiana.
Questo è il momento, di fare rete e stare affianco con determinazione anche ai tanti delegati e lavoratori – metalmeccanici, servizi pulizie e mense, edili, trasporti, portuali, elettrici - che continuano a difendere quotidianamente e caparbiamente le loro fabbriche e le loro aziende, ovvero il loro futuro, la loro salute e quella dei loro familiari, le bonifiche all’interno e all’esterno degli stabilimenti con la relativa sicurezza nei luoghi di lavoro.
Per noi tali processi si riferiscono a persone e non a freddi numeri; e riguardano identità reali che hanno già programmato la loro vita ed il loro avvenire e sarebbero nelle condizioni di fare qualsiasi cosa per difendere il proprio posto di lavoro, per migliorarlo.
Per difendere, evidentemente, anche l’economia, con tutto lo sviluppo aggiuntivo di queste aree del Paese, oltreché la qualità della vita di questo territorio a serio rischio di marginalità sociale, culturale, economica, persino imprenditoriale, come ampiamente dimostrato, negli ultimi anni, dalle varie graduatorie prodotte da istituti specializzati.
Ultima, in ordine di tempo, quella stilata da Italia Oggi e Università La Sapienza di Roma, il cui studio si basa su nove dimensioni d’analisi (affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, istruzione formazione e capitale umano, sistema salute, tempo libero e tenore di vita).
Purtroppo per incontrare le prime province del Sud bisogna scorrere la classifica fino ad arrivare al 69° e al 70° posto, dove compaiono le lucane Potenza e Matera e per quanto riguarda la Puglia, se meglio del capoluogo regionale fa solo Lecce (81°), più in basso si trovano Brindisi (87°), Taranto (da 88 (2017) a 89°), la Bat (97°) e Foggia (102°).
Anche per queste ulteriori ragioni l’ex Ilva è, ancor oggi, un patrimonio industriale del Paese, che dovrà essere cura di tutti ambientalizzare e preservare.

 

Le organizzazioni sindacali provinciali di categoria degli edili di CGIL, CISL e UIL hanno scritto oggi all’ANCE di Taranto, alla Confindustria e al Prefetto di Taranto, Bellomo.

Oggetto della missiva è il disagio tra i lavoratori, a cui viene impedito l’accesso in fabbrica, per il perdurare del blocco nelle portinerie appalti di Arcelor Mittal Italia di Taranto.

Nella nota i segretari di FILLEA CGIL, Francesco Bardinella, FILCA CISL, Antonio Delle Noci e FENEAL UIL, Antonio Guida, chiedono: il pagamento immediato delle retribuzioni dei lavoratori, di mettere in campo tutte le iniziative utili affinché sia consentito ai lavoratori di recarsi sul proprio posto di lavoro, e di farsi carico di tutte le giornate in cui ai lavoratori è stato impedito l’accesso allo stabilimento.

In assenza di tempestivo riscontro – scrivono i sindacati – ci attiveremo per promuovere iniziative di mobilitazione.

Chiesto inoltre un incontro urgente al Prefetto di Taranto.

In data odierna si è riunito il consiglio di fabbrica di Fim, Fiom e Uilm per affrontare la difficile fase che attraversa il sito produttivo di Taranto con il conseguente rischio di disastro occupazionale e ambientale.
Una situazione che rischia di implodere soprattutto in assenza di risposte chiare da parte di due attori principali quali ArcelorMittal e il Governo.
27 novembre è stata fissata, dal tribunale civile di Milano, la data dell’udienza in cui si pronuncerà in merito alla retrocessione dei rami d’azienda richiesta dalla multinazionale.
Bisogna, pertanto, dare risposte certe e immediate a lavoratori e cittadini, ognuno in base alle proprie responsabilità, per garantire il futuro ambientale, occupazionale e produttivo di Taranto.

Il Consiglio di Fabbrica, a seguito di una ampia discussione, ha deciso quanto segue:

- Rispetto dell’accordo ministeriale del 6 settembre 2018;
- Sospensione immediata delle procedura ex. art.47 da parte della multinazionale per porre definitivamente fine al caos generato che rischia di far implodere lavoratori e cittadinanza;
- Garanzie della continuità produttiva con sospensione immediata della procedura del piano di fermata;
- Appalto: in attesa dell’incontro con Confindustria si richiede l’immediata sospensione delle procedure di cassa integrazione e di provvedere a regolare pagamento delle retribuzioni dei lavoratori;
- Programma di assemblee con i lavoratori Am e appalto.

In caso di mancate risposte da parte di Am e Governo, così come nei gironi scorsi, si programmerà una mobilitazione di gruppo a Roma per impedire il disastro sociale e ambientale irreversibile di un territorio già fortemente provato.

“A fronte del crono programma di spegnimento degli impianti comunicato dall’AD Morselli, non siamo più disposti a tollerare questo stillicidio che si abbatterà come uno tsunami sul mondo del lavoro a Taranto. Chiediamo che il Sindaco di Taranto e il Presidente della Provincia convochino con la massima urgenza il tavolo di crisi.”

“Taranto è disponibile ancora ad essere “utile” alla nazione, ma non al prezzo che ha dovuto pagare sinora”

Il difficile equilibrio tra dimensione nazionale e territoriale, che è condizione imprescindibile per uno sviluppo sostenibile e cioè capace di coniugare le esigenze produttive, sociali e ambientali senza che uno di questi fattori prevalga sugli altri, è la grande questione che in questi lunghi anni non si è saputo e/o voluto affrontare a proposito dell’ILVA.
Come lo SVIMEZ ha osservato alcuni giorni fa, in modo puntuale (Rapporto su effetti macro-economici relativi alla chiusura ex ILVA – esportazioni -2,2 mld e consumi delle famiglie 1,4 mld – ndr), la produzione di acciaio in Italia è fondamentale per l’economia del sistema produttivo e manifatturiero nazionale (e ovviamente territoriale per le migliaia di posti di lavoro che essa ha prodotto). D’altro canto, la concentrazione in modo prevalente di tale produzione in un territorio come quello di Taranto, che ha dovuto subire e subisce da lunghi decenni i devastanti effetti di quel modello produttivo, che tutti ben conosciamo, sull’ambiente e sulla salute di lavoratori e cittadini, rende evidente la contraddizione che l’abbandono dei Mittal, ad un solo anno dal loro ingresso nella gestione dell’acciaieria, si è resa plasticamente insanabile, nonostante si fosse riposto proprio nella cessione al più grande gruppo di produzione dell’acciaio del mondo la possibilità di raggiungere un equilibrio tra ambiente, salute e lavoro.
Forse è proprio di questo che si è voluto rendere conto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con la visita nello stabilimento e nella città di Taranto di ieri, incontrando non solo cittadini ma anche gli operai dagli interventi dei quali è emersa, più che la rabbia per il rischio della perdita del posto di lavoro, la denuncia disperata di una condizione di lavoro dei diretti e degli indiretti ormai inaccettabile, anche sul piano della sicurezza, di una condizione socio ambientale fortemente compromessa, di un sistema sanitario non adeguato a dare risposte ai bisogni non solo di prevenzione ma anche di cura di tantissimi cittadini.
Il Presidente Conte non ha offerto soluzioni pronte, ma è stato comunque acclamato dai lavoratori, perché finalmente un politico, peraltro del più alto rango della compagine governativa, è venuto a confrontarsi direttamente con loro, a dargli voce, a promettere di tornare per condividere anche con loro le eventuali soluzioni alla crisi che stiamo attraversando.
Sappiamo, e dobbiamo esserne ben consapevoli, che se davvero la grande fabbrica dovesse chiudere, senza che siano stati previsti gli ingenti finanziamenti per opere di bonifica e di riconversione produttiva del territorio, si avrebbe comunque una ricaduta pesantissima in termini sociali specie a livello territoriale. In tutta la provincia di Taranto si aprirebbe una crisi di enormi dimensioni che investirebbe tutti i settori economico-produttivi, molti dei quali già fortemente provati, come il commercio o il mondo delle professioni e delle piccole e medie imprese. Tutto contribuirebbe inoltre ad accentuare il degrado sociale, la fuga dei giovani della nostra realtà, l’aumento della criminalità e dei fenomeni di usura.
Ma non possiamo più pensare che un agonizzante prolungamento della vita della fabbrica a Taranto, magari con un ulteriore riaffidamento alla gestione commissariale per anni, possa essere una soluzione credibile e accettabile, sapendo che per far questo occorrerebbe ripristinare condizioni quali l’immunità penale, decreti governativi che minimizzino gli effetti dell’intervento della magistratura, magari in assenza di risorse per ottemperare a prescrizioni ambientali, progetti industriali e così via.
Le poche settimane che abbiamo di fronte, prima dell’abbandono definitivo dei Mittal, devono servire a trovare dunque soluzioni che non si basino più sul braccio di ferro tra interesse nazionale e territoriale. Taranto è disponibile ancora ad essere “utile” alla Nazione, ma non al prezzo che ha dovuto pagare sinora.

 

Le Segreterie Aziendali del CTP S.p.A. Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Faisa-Cisal, convocate dalla Direzione Aziendale, in data 11 novembre 2019, presso la sede Aziendale, in merito alla controversia tra Ctp e Amat sulle linee 4, 14 e 16, esprimono il proprio disappunto, per quanto dichiarato dalla Direzione.
Il Direttore ci ha comunicato che dal prossimo 17 novembre 2019 non verranno rinnovati i contratti a 5 lavoratori interinali, da anni al nostro interno, in cui prestavano la propria opera, oramai parte integrante della pianta organica dell’azienda che ora si trovano a dover affrontare le difficoltà di una ricollocazione difficile da trovare che momentaneamente mette a rischio la stabilità familiare .
Inoltre, ci veniva comunicato che la nota da inviare ad Asstra, per avere un parere tecnico sulla possibilità di un temporaneo passaggio, a tempo determinato, dei 18 autisti dichiarati in esubero dal CTP in Amat per n. 12 mesi, come concordato in sede di riunione presso la Prefettura il 16 ottobre scorso, alla presenza di Sua Eccellenza il Prefetto, e in seguito il 24 ottobre presso la sede dell’Amat, tra Ctp e Amat, non è ancora stata inviata.
Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Faisa- Cisal seriamente preoccupate per la situazione stagnante venutasi a creare, nei prossimi giorni si attiveranno chiedendo un incontro urgente al socio di maggioranza, la Provincia di Taranto, nella persona dell’Avv. Giovanni Gugliotti, affinché intervenga risolutamente sulla questione.
È inspiegabile come la vertenza di n. 18 esuberi e n.5 mancati rinnovi, di fatto licenziamenti, possa creare apatia a chi dovrebbe impegnarsi compiutamente ad una sollecita risoluzione, anche per salvaguardare il bene comune e la gestione economica di risorse pubbliche quale l’azienda CTP amministra.
Auspichiamo maggiore attenzione e interesse da parte dei soggetti interessati alla risoluzione della vertenza ormai in atto da mesi.

Roma - C’era anche la Coldiretti Taranto al completo questa mattina a Roma in Piazza Montecitorio, alla manifestazione nazionale organizzata da Coldiretti per denunciare le invasioni di cinghiali.

L’obiettivo è stato quello di porre sotto la lente di ingrandimento un’emergenza che sta provocando in tutta la provincia ionica l’abbandono delle aree interne, problemi sociali economici e ambientali con inevitabili riflessi e ricadute negative sul paesaggio e sulle produzioni.
“Non è mai stato così alto l’allarme nella nostra provincia, soprattutto nel versante occidentale, per l‘invasione dei cinghiali, favorita anche dall’habitat naturale”, ha detto Alfonso Cavallo, presidente Coldiretti Taranto. Non a caso, sui cartelloni di protesta ieri mattina si leggeva: “Il cinghiale campa, il campo crepa”, “Basta danni e paura, fate qualcosa”, “Il cinghiale ci piace, ma solo con la polenta”.
“I cinghiali – continua Cavallo - assediano stalle, causano incidenti stradali nelle campagne, ma rappresentano un pericolo anche per l’incolumità dei cittadini. Solo in Puglia sono 310 gli incidenti stradali causati da animali selvatici nei primi nove mesi del 2019. E nella nostra provincia, l’escalation di danni, aggressioni e incidenti è il risultato dell’incontrollata proliferazione di questi animali selvatici”. “Mettono a rischio non solo le produzioni agroalimentari e l’assetto idrogeologico del territorio, ma anche la vita di agricoltori e automobilisti, con una diffusione che ormai si estende dalle campagne alle città”, ha denunciato Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia, a Roma a capo della delegazione di oltre 300 allevatori e agricoltori proveniente dalla campagne di Bari, Foggia, Taranto e anche dal Salento.
“La paura – continua Cavallo - dilaga dalla collina alla pianura, dalle zone vicino ai fiumi e ai canali fino a quelle sul mare. Famelici e in branchi, risalgono dalle gravine e cercano acqua e cibo. Fanno razzia nei tendoni, seminativi, campi di frutta, legumi, piantine, ortaggi con inevitabili ripercussioni anche di natura igienico-sanitaria”.
Una vera e propria emergenza che riguarda la provincia di Taranto, la Puglia, ma anche l’intero territorio nazionale, che, secondo l’indagine Coldiretti - Ixè, porta tre italiani su quattro (72,7%) a considerare un pericolo per la circolazione sui quasi 850mila chilometri di strade e autostrade italiane la presenza di animali selvatici e di cinghiali, che possono arrivare a un quintale e mezzo di peso e 150 centimetri di lunghezza.
“Non si tratta più solo di una questione di risarcimenti, ma è diventato un fatto di sicurezza delle persone che va affrontato con decisione. Non possono più esserci alibi per intervenire in modo concertato tra Ministeri e Regione – chiede Coldiretti Taranto - e per avviare un piano di abbattimento straordinario senza intralci burocratici”.

Basta scherzare sulla pelle dei lavoratori

Dalle 15.00 al via lo sciopero di 24 ore a Taranto proclamato dalla sola Fim Cisl. Alta l’adesione in tutto l’impianto e blocco dell’acciaieria 1 e treno nastri2 che sta creando forti disagi a tutto l’impianto siderurgico. Al momento è attiva una sola colata su cinque. (foto Gazzetta del Mezzogiorno)
L’azienda ha tentato di precettare i lavoratori per la messa in sicurezza dell’impianto non trovando riscontro tra i lavoratori. L’acciaieria 1 va verso il blocco totale con gravi conseguenze non solo in termini di produzione.
Lo sciopero continuerà fino alle 15 di domani in cui è previsto anche il blocco della portineria C con relativo blocco dei camion.

 

Oraquadra è un giornale on-line con autorizzazione del Tribunale di Taranto del 6 dicembre 2011, iscrizione registro dei giornali e periodici n.11/2011.

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