Secondo il Direttore del TG7 e di Open, Enrico Mentana, la decisione dei Giudici del Riesame, che di fatto permette ad Afo2 di continuare a funzionare, va letta come uno scampato pericolo, nemmeno del tutto scontato poiché frutto di una sentenza anziché di un processo politico-economico, come normalmente dovrebbe verificarsi fra un governo e le imprese sul suo territorio.
In effetti questa è l’unica affermazione che ci sentiamo di condividere, perché rispetto alle altre sue considerazioni, su quanto sarebbe costata a Taranto e ai tarantini l’eventuale decisione opposta e su quanto abbiamo da festeggiare, più che per un capodanno, siamo costretti a chiederle, Direttore, da cosa abbia derivato queste convinzioni, perché noi siamo l’altra parte della città e non siamo pochi benché spesso “oscurati” dai media, come in questi suoi commenti.
Siamo quelli che sono terrorizzati da questa decisione perché conosciamo lo stabilimento e perché se qualcosa si fosse potuta o voluta fare per coniugare salute e lavoro, dal 2012 sarebbe stata fatta e non sarebbero morti NOVE operai!
Premesso che tanti giornalisti della sua stessa emittente e del suo TG hanno prodotto e producono servizi su Taranto, le chiediamo se si sia mai preso la briga di ascoltare le testimonianze dei cittadini e degli operai che disperatamente cercano di portare alla luce la realtà di uno stabilimento che chiuderà comunque, per obsolescenza, per incuria, per impossibilità di essere riportato a norma, lasciando soltanto più vittime fra noi!
Forse si sarà sentito confortato dai calcoli:
Sei eventi (incidenti come quello occorso ad Alessandro Morricella) sono stati stimati in 10.000 anni (e se l’operaio non è nella direttrice del foro di colata non accade nulla di grave nemmeno in tutta l’eternità) e certamente avrà creduto che gli esuberi minacciati da ArcelorMittal avranno adesso, grazie alla continuità produttiva di Afo2, il posto salvo.
Ma far passare per una buona notizia il perpetuarsi quotidiano per noi, del rischio di morte e malattia, i cui numeri non sono proiezioni e stime ma calcoli precisi, a posteriori di vite interrotte o distrutte per sempre, è uno scivolone che potevamo aspettarci dalle pagine de Il Giornale o Il Foglio.
Perché i dati ci sono, i piani industriali pure e lei, Mentana, avrebbe potuto e dovuto dare un’occhiata a quello di Mittal, per cui Afo2 sarà dismesso a revamping ultimato di Afo5, previsto nel 2023.
E avrebbe potuto chiedersi se è sano, a fronte di una battaglia giudiziaria logorante per tutti, ritenere credibile ed utile un investimento di oltre 10 milioni di euro per un impianto che deve terminare il suo ciclo meno di un anno dopo la sua messa a norma, tutta da vedere poi!
Avrebbe potuto anche dare un’occhiata all’ultimo rapporto SVIMEZ che quantifica l’impatto di una eventuale chiusura di questo “più grande centro siderurgico d’Europa”, in un misero 0,2 punto di Pil ...
Bisogna fare attenzione, Direttore, quando si fa informazione e si gode di una certa credibilità, perché il resto del paese ma probabilmente anche una parte di nostri concittadini, considera fatti quelle che talvolta, come in questo caso, sono deduzioni affrettate, se non addirittura arbitrarie!
Se ha voglia di capire quanto poco abbiamo da festeggiare venga a farsi una gita in questa splendida città. Le offriamo un tour alle pendici dell’altoforno così fortunatamente attivo.
Ma si sbrighi perché non è detto che regga finché lo sistemano!

Milano – ArcelorMittal annuncia che AM InvestCo ha firmato un accordo non vincolante con i Commissari Ilva nominati dal Governo che costituisce la base per continuare le trattative riguardanti un piano industriale per Ilva, incluso un investimento azionario da parte di un ente partecipato dal Governo.
Il nuovo piano industriale prevede investimenti in tecnologia verde da realizzarsi anche attraverso una nuova società finanziata da investitori pubblici e privati. I negoziati proseguiranno fino a gennaio 2020. Nel frattempo, nel corso dell'audizione che si è tenuta oggi, i Commissari Ilva e AM InvestCo hanno chiesto un ulteriore rinvio fino alla fine di gennaio 2020 della richiesta delle misure provvisorie avanzate dai commissari Ilva.

 


Milano - A seguito della recente richiesta dei Commissari dell'Ilva al Tribunale di Milano volta all'ottenimento di provvedimenti provvisori relativi all'acciaieria di Taranto, AM InvestCo Italy prende atto e saluta con favore l’odierna decisione del Tribunale di non accogliere la richiesta di emettere un'ordinanza provvisoria senza prima aver sentito tutte le parti. L'udienza in Tribunale è fissata per il 27 novembre.
AM InvestCo seguirà l'invito del Tribunale a interrompere l'implementazione dell'ordinata e graduale sospensione delle operazioni in attesa della decisione del Tribunale. Tale processo è in linea con le migliori pratiche internazionali e non recherebbe alcun danno agli impianti e non comprometterebbe la loro futura operatività.

Oggi venerdì 15 novembre 2019 alle ore 13.00 a Palazzo di Città a Taranto, si terrà un incontro sulla grave questione dell'Ilva tra una delegazione nazionale del Partito Democratico, il Sindaco di Taranto e i Sindacati.
La delegazione del PD, guidata dall'on. Maurizio Martina e costituita dalla Vice Segretaria regionale on. Elisa Mariano, dal Segretario provinciale avv. Giampiero Mancarelli, dal Segretario cittadino Vincenzo Di Gregorio e dai parlamentari Marco Lacarra e Ubaldo Pagano, prima di incontrare il Sindaco e i sindacati incontrerà i rappresentanti dei mezzi di informazione.

 

Documento delle aziende dell’indotto Arcelor Mittal Italia  Stabilimento di Taranto -Taranto, consegnato al Ministro dello Sviluppo Economico Sen. Stefano Patuanelli, da sottoporre all'attenzione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio dei Ministro  Giuseppe Conte

ARCELOR MITTAL ITALIA STA LASCIANDO LO STABILIMENTO DI TARANTO SENZA AVER PAGATO LE AZIENDE DELL’INDOTTO 50 MILIONI DI EURO GRAVANO TUTTI SULLE SPALLE DI SEIMILA PERSONE: IMPRENDITORI, LAVORATORI E FAMIGLIE VOGLIAMO CHE I NOSTRI CREDITI  SIANO CORRISPOSTI AL PIU’ PRESTO NON SIAMO NELLE CONDIZIONI DI GARANTIRE IL PAGAMENTO DEGLI STIPENDI DEI NOSTRI DIPENDENTI

 

Egregio Ministro,

 

A Taranto la complessa vicenda Arcelor Mittal, con tutti gli aspetti che lei sicuramente già conosce, rischia di aggravarsi ulteriormente e irrimediabilmente a meno di interventi celeri che possano salvaguardare, in extremis, la continuità della fabbrica, dell’occupazione e del futuro di un’intera comunità nonché di pezzi importanti dell’economia del Paese.
Un immenso e complesso sistema fatto di donne, uomini, imprese.
Oggi come Confindustria siamo qui a Roma per rappresentare una parte fondamentale di quel sistema, che è quello delle aziende dell’indotto di Taranto e della sua provincia, area in cui ricadono la gran parte delle imprese fornitrici.
Il rischio tangibile che si prospetta per queste aziende, da quando Ami ha comunicato il proprio disimpegno rispetto alla gestione dello stabilimento ex Ilva, è quello di non vedere corrisposti i crediti relativi alle commesse correnti. Crediti che, fra quelli già scaduti ed altri di imminente scadenza, ammontano a più di 50 milioni di euro, la cui mancata corresponsione ricade direttamente su una forza-lavoro di seimila dipendenti, ai quali le imprese non potranno più garantire il pagamento degli stipendi.

L’AZIENDA HA LASCIATO LO STABILIMENTO PROMETTENDO LA CORRESPONSIONE DEGLI STIPENDI AI DIPENDENTI DIRETTI.
NEANCHE UN ACCENNO E’ STATO FATTO CIRCA LE IMPRESE DELL’INDOTTO, CHE DA ANNI ASSICURANO I LORO SERVIZI PER LA CONTUINUITA’ PRODUTTIVA DELLA FABBRICA.
ORA LA MISURA E’ COLMA.
A PARTIRE DAL 5 DICEMBRE PROSSIMO, SI DOVRA’ EVITARE CHE IL DISIMPEGNO DI AMI VENGA ESERCITATO ATTRAVERSO UNA ENNESIMA PROCEDURA CONCORSUALE NELLA QUALE I CREDITI DELLE NOSTRE IMPRESE ANDREBBERO ANCORA UNA VOLTA PERSI NEI MEANDRI DI UNA GESTIONE GIUDIZIARIA CHE NON POSSIAMO PERMETTERCI, COSI’ COME GIA’ ACCADUTO NEL 2015.

Mi corre l’obbligo di ricordarle che si tratta delle stesse realtà imprenditoriali che nel periodo compreso fra il 2014 e il 2015, in concomitanza con il passaggio fra Ilva e Ilva in AS, hanno già sacrificato ben 150 milioni di euro. A tanto ammontano infatti i crediti pregressi che purtroppo ancora gravano sui bilanci di queste aziende, oramai rientrati nello stato passivo (e parliamo del solo indotto di Taranto e provincia): risorse sottratte a stipendi, a innovazione, a investimenti, e che in qualche caso hanno determinato anche forti ridimensionamenti aziendali.
Oggi, ci ritroviamo di fronte ad una situazione che, pur nelle evidenti differenze, rischia di ripercuotersi ancora una volta sui destini di queste aziende, già fiaccate da anni di sacrifici, e che stavolta non reggerebbero più all’onda d’urto di una nuova voragine finanziaria.

Quello che Confindustria Taranto, che oggi rappresenta queste aziende, richiede al Suo Ministero e all’intero Governo, (avendo peraltro già rappresentato in parte tali istanze a Palazzo Chigi, al tavolo convocato la settimana scorsa dal Premier Conte), è riassunto nei seguenti punti:

● In primis, come già detto, la garanzia di corresponsione di tutti i crediti finora maturati (oltre 50 milioni di euro documentabili) a seguito del rapporto intercorso con Arcelor Mittal Italia per i servizi/ forniture assicurati per lo stabilimento di Taranto;

● la continuità della fabbrica, pur con le eventuali rimodulazioni – al momento più che ipotizzabili – determinate sia dalle congiunture nazionali e internazionali (la guerra dei dazi, la sovracapacità produttiva di acciaio) sia da quelle locali (la soppressione dello scudo penale, la situazione dell’Afo2, la revisione Aia e la complessiva insostenibilità economica dello stabilimento);

● l’avvio di tutte le iniziative utili a garantire le necessarie tutele normative in favore delle aziende operanti nell’indotto di Taranto, con particolare riferimento alla predisposizione di appositi ammortizzatori sociali, tra cui l’integrazione salariale per crisi aziendale a favore delle imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa (ex art. 44, co. 11 bis, D.Lgs. n. 148/15 ); quindi, un eventuale rifinanziamento della legge succitata; la riproposizione della misura a favore delle pmi dell’indotto relativa alla sospensione dei termini di pagamento di tasse e contributi (misura già adottata con la vertenza del 2015);

● l’estensione anche alle imprese dell’indotto dell’impegno già assunto da alcuni istituti di credito – su sollecitazione dell’Abi- a sospendere le rate dei mutui dei prestiti personali di tutti i dipendenti, nonché a mettere in atto misure specifiche per il finanziamento delle imprese fornitrici del centro siderurgico.


E fin qui le nostre istanze. Rispetto alla situazione complessiva della vicenda, Confindustria ha sempre ribadito la sua netta contrarietà alla fermata dello stabilimento e continua a sostenerne fortemente le ragioni, continuando a mantenere salda la convinzione di una coesistenza possibile – come accade in altri siti esteri – fra ambiente e lavoro.
Pur nel rispetto delle diverse opinioni, riteniamo infatti che la chiusura, invocata erroneamente e superficialmente come se fosse la risoluzione di tutti i mali, non farebbe che aggiungere povertà ad un territorio già dilaniato da una crisi visibile a tutti, e che coinvolge tutti i settori. Alla desertificazione industriale si aggiungerebbe infatti l’amara constatazione di un territorio lasciato a se stesso, perché sappiamo perfettamente come il risanamento ambientale della fabbrica continui ad essere strettamente connesso alla prosecuzione dell’attività.

UNA FABBRICA CHIUSA NON E’ UNA FABBRICA CHE RISOLVE I PROBLEMI AMBIENTALI, BENSI’ UNA FABBRICA CHE AGGIUNGE AI PROBLEMI DELL’INQUINAMENTO QUELLI SOCIALI E OCCUPAZIONALI.

Continuiamo ad avere sotto gli occhi, in questo senso, il caso Bagnoli, reale, drammatico ed emblematico. E Bagnoli, con i suoi 1milione200mila mq, non era Taranto, che si estende per 15 milioni di metri quadrati, più del doppio della stessa città, sviluppa al suo interno 118 miglia di nastri trasportatori, 50 chilometri di strade e 200 chilometri di ferrovia.

Le analisi Svimez forniscono un quadro, se possibile, ancora più esaustivo: una chiusura dello stabilimento porterebbe ad un impatto annuo sul PIL nazionale stimato, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, in 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord, pari allo 0,2% del PIL italiano. Se consideriamo l’impatto sul Pil del Mezzogiorno si sale allo 0,7%.
Un impatto negativo si avrebbe soprattutto sulle esportazioni (-2,2 mld) ma anche sui consumi delle famiglie (-1,4 mld), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia.

Se è vero – come è vero – che il Governo considera lo stabilimento jonico una risorsa irrinunciabile dell’economia italiana, dovrà accelerare i tempi di intervento al fine di scongiurare un altro rischio incombente, che è lo spegnimento degli impianti, anticamera di una chiusura irreversibile.

E’ pertanto urgente, egregio Ministro, adottare al più presto ogni possibile soluzione che metta in sicurezza la fabbrica e ne assicuri la continuità, produttiva ed occupazionale.

 La ringraziamo per quanto potrà, in questa ed in altre sedi, assicurare rispetto alle nostre istanze.

 

Ho trasmesso quest’oggi al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Mario Turco, una nota che riassume alcune proposte finalizzate a rendere maggiormente attrattivo e appetibile, per investitori italiani ed esteri, il territorio ionico in modo da incentivare lo sviluppo economico di Taranto e della sua provincia che, come noto, sta attraversando una fase di straordinaria difficoltà.

Dinnanzi alla condizione di grave criticità che si è venuta a creare nelle ultime settimane, a seguito dell’annunciato disimpegno di Arcelor Mittal dall’impianto siderurgico ex Ilva, infatti, ritengo che si debba fare ogni sforzo, a tutti i livelli istituzionali, per supportare Taranto e il suo hinterland nello sforzo di guardare con maggiore fiducia al futuro, creando le condizioni per uno sviluppo economico sostenibile che consenta di uscire dall’inaccettabile ricatto, di cui questo territorio è vittima da anni, tra “lavoro” e “salute”.

Per questo, raccogliendo l’invito formulato nei giorni scorsi dal premier Conte, affinché gli fossero sottoposti suggerimenti in vista della riunione del Consiglio dei Ministri che si svolgerà domani, giovedì 14 novembre, proprio per affrontare la questione dell’ex Ilva di Taranto, ho ritenuto di avanzare alcune semplici proposte con l’obiettivo principale di sostenere il tessuto produttivo e imprenditoriale di tutta l’area ionica che, come noto, sta vivendo una fase di straordinaria complessità.

Partendo da questo presupposto ritengo che solo adottando misure straordinarie, anche ricorrendo alla decretazione d’urgenza prevista dall’art. 77 della Costituzione in casi di necessità, si possa effettivamente incentivare lo sviluppo economico a Taranto, attraendo nuovi investimenti che possano rilanciare la crescita e l’occupazione in tutto questo martoriato territorio.

A questo riguardo la ZES Interregionale Ionica, recentemente istituita a valle di un imponente lavoro compiuto in questi anni dalla Regione Puglia, può rappresentare certamente una importante opportunità, con gli sgravi fiscali e le semplificazioni di carattere amministrativo che comporterà nella sua fase esecutiva. Ma per far fronte alla situazione che si è venuta a creare soprattutto negli ultimi giorni è necessario uno sforzo ulteriore.

Per questo ho chiesto al Presidente Giuseppe Conte di valutare l’opportunità di adottare norme specifiche che introducano misure straordinarie al fine di esentare, per almeno dieci anni, dal pagamento delle imposte IRES e IRAP, le imprese che decideranno di venire ad investire in tutta l’area ZES, parametrando questo strumento a elementi molto concreti quali i livelli occupazionali, il valore dei fatturati o la stabilità dell’investimento da realizzare.

Questa misura, agendo efficacemente sulla leva fiscale, potrebbe rappresentare uno “shock” positivo per l’economia, in grado di attrarre effettivamente grosse realtà imprenditoriali, italiane o estere.

Sono ben consapevole che una iniziativa di questa natura, di carattere eccezionale, andrebbe ovviamente condivisa a livello di Unione Europea, dal momento che potrebbe essere qualificata come “aiuto di Stato” e, come tale, sarebbe incompatibile con i trattati dell’UE, ma sono convinto che, vista la congiuntura così grave e complessa che sta attraversando Taranto, il Governo nazionale potrà ottenere dalla Commissione Europea una deroga affinché, in un arco temporale limitato, si possano adottare misure straordinarie per far fronte ad obiettive criticità. Si tratterebbe, in realtà, di replicare quanto già fatto in passato, pur in situazioni diverse, come, per esempio, per le esenzioni fiscali riconosciute in occasione del sisma in Abruzzo o nel Centro Italia, potendosi certamente considerare quello che sta avvenendo a Taranto al pari di un vero e proprio “terremoto” economico e sociale.

Sotto altro punto di vista, ho proposto al Presidente Conte di affrontare un’altra criticità che rende il nostro territorio non attrattivo e non competitivo rispetto ad altri, e cioè i ritardi nel sistema giudiziario, soprattutto civile. Come noto, infatti, le imprese hanno bisogno di certezza del diritto e purtroppo, oggi, sono spesso del tutto indeterminati i tempi per poter ottenere, per esempio, il riconoscimento di un credito in sede giudiziaria, anche dinnanzi al cosiddetto “Tribunale delle Imprese”.

Ebbene, anche su questo ho chiesto al premier Conte e al Governo nazionale una attenzione particolare, affinchè vengano destinati, in tempi brevi, investimenti significativi in termini di risorse finanziarie, umane e strumentali, finalizzati a ridurre i tempi della giustizia in modo da allinearli con le migliori realtà pur presenti sul territorio italiano.

SI tratta di proposte concrete che, nel pieno rispetto del principio di leale collaborazione tra diversi livelli di Governo, auspico vengano prese in considerazione dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha manifestato una sensibilità non comune nell’affrontare la vertenza in corso a Taranto, presentandosi in città e partecipando anche alle assemblee in fabbrica.

Mi auguro che presto si passi dalle parole ai fatti, con l’adozione di misure straordinarie e urgenti, ormai non più rinviabili.

LivianoArcelorMittal2La vicenda ArcelorMittal? Un guazzabuglio nel quale diventa ormai difficile capire dove sono le ragioni vere e dove le imprecisioni che, quasi spesso, prevalgono sulla realtà dei fatti. Un guazzabuglio dal quale, comunque, giovedì sera si è provato ad uscire con una posizione condivisa tra quanti hanno partecipato all'incontro-dibattito organizzato dal consigliere regionale Gianni Liviano in collaborazione con l'associazione Le città che vogliamo.
E sì che c'era tanta gente a riempire la sala riunioni di via Fiume 12 così come interessate è stato il parterre di chi è stato chiamato a portare il proprio contributo. C'erano, infatti, i presidenti dell'Ordine dei medici, Cosimo Nume, e degli avvocati, Fedele Moretti; il segretario generale della Uil di Taranto, Giancarlo Turi, in rappresentanza anche di Cgil e Uil; l'operatore culturale Giovanni Guarino; l'esperto di bioetica Antonio Cecere; lo storico Salvatore Romeo; l'ambientalista Leo Corvace; il presidente di Federmanager, Michele Conte.
Un dibattito agile e veloce dal quale, appunto, è emersa una posizione condivisa da tutti: la città deve fare fronte comune, deve saper parlare con una sola voce, deve saper mettere da parte la mancanza di visione, deve essere coinvolta nelle decisione e non essere semplicemente terminale di una narrazione troppo spesso incompleta e piegata alle logiche del mercato. Ma, soprattutto , deve puntare ad ottenere tre cose: la prima, una rigenerazione produttiva dello stabilimento chiedendo al governo di chiamare i migliori tecnici; la seconda, Taranto deve diventare un polo medico-sanitario; la terza, che venga istituito un polo scientifico di ricerca e di prevenzione sull'ambiente.
"Abbiamo voluto provare a leggere questa vicenda che riguarda tutti e che ci interpella perché è la madre di tutte le vicende tarantine e di fronte alla quale nessuno può dire: non mi interessa", ha detto Liviano spiegando lo scopo dell'iniziativa. "È evidente - ha aggiunto - che la situazione è complessa e che, qualunque sia l'opinione di ciascuno noi e qualunque sia l'aspetto che riteniamo prevalente, quello economico, quello occupazionale, quello ambientale o quello sanitario, la situazione è davvero complessa proprio perché riguarda più aspetti. Per cui non può esserci una lettura monocorde. Per questo sono contento che dall'incontro di stasera sia emersa sostanzialmente una visione comune che, spero, possa concretizzarsi ancora di più nei prossimi giorni".
Via agli interventi dai quali è emerso che per Leo Corvace le tematiche della tutela di ambiente, salute e dell'occupazione devono essere affrontate unitariamente e comunque subordinate alla valutazione di impatto ambientale e sanitario. "Nonostante si parli di esuberi - ha denunciato Corvace - tuttora non esiste un piano delle bonifiche che individui risorse finanziarie, cosa fare e quanta forza lavoro impiegare". Per Michele Conte di Federmanager "l'errore politico è stato quello di andare a tentoni e di aver sottovalutato, da parte dei governi che si sono succeduti dal 2012, il grado di competenze dei commissari nominati". Giovanni Guarino, invece, ha ricordato come le risorse economiche stanziate dall'Unione europea negli anni '80 per le bonifiche "sono state utilizzate dall'Italia per i prepensionamenti, ha utilizzato quelle risorse per una pax sociale nei confronti degli operai licenziati dalla siderurgia". Il presidente dell'Ordine dei medici, Nume, ha focalizzato la sua attenzione sul concetto "di narrazione dei fatti, troppo spesso legata a logiche economiche, per addormentare le nostre coscienze e sviare dal fatto che l'Ilva, più che ArcelorMittal, sarà il mercato a chiuderla". Per Fedele Moretti, presidente dell'Ordine degli avvocati, la politica "deve riassumere un ruolo predominante che coaguli la capacità della città a parlare con un'unica voce", concetto sostanzialmente anticipato nel suo intervento da Antonio Cecere, esperto di bioetica. "A Taranto - ha sottolineato Cecere - mancano i valori di riferimento, non c'è coinvolgimento delle generazioni future, il concetto di persona non esiste più".
Lo storico Salvatore Romeo ha sottolineato il problema della siderurgia mondiale dovuto "all'eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda, presente e futura, dato dal fatto che i paesi emergenti, la Cina su tutti, negli anni passati hanno avuto un grande sviluppo che, adesso, sta rallentando perché l'economia sta maturando e i consumi stanno prevalendo sugli investimenti".
Più cauto, infine, il segretario della Uil, Giancarlo Turi, il quale ha invitato "ad evitare imprecisioni" e, per il momento, "a sospendere il giudizio per poter meglio capire quello che sta accadendo visto che ci troviamo di fronte a una multinazionale. Ai capri espiatori è meglio sostituire la prudenza perché c'è il pericolo di sommare fallimento a fallimento. È importante la presenza dello Stato che deve essere forte perché sistemi complessi come questo di Taranto non possono essere lasciati in balia delle logiche di mercato".

A Palazzo Chigi, durante l’incontro di ieri con il premier Giuseppe Conte sulla vertenza ex Ilva, con il supporto di tutti i rappresentanti istituzionali e sindacali presenti ho esposto al Governo due questioni che ritengo fondamentali.

Il sistema delle imprese locali, soprattutto di quelle che operano nell'indotto siderurgico, va tutelato. Anche solo immaginare che il disimpegno di Arcelor Mittal corrisponda alla volatilizzazione dei crediti che vantano i nostri imprenditori, infatti, sarebbe una catastrofe. Se dovesse accadere, le nostre aziende non avrebbero nemmeno le risorse per traguardare questo momento di incertezza. Perché non dobbiamo dimenticarlo: gli imprenditori dell'indotto sono già creditori delle precedenti gestioni. Per questo ho chiesto al Governo di non sottovalutare la questione, dicendogli di poter contare su tutto il supporto che gli enti locali sarebbero capaci di dare.

Qualunque sia il destino del siderurgico, poi, va salvaguardata la prospettiva di sviluppo del territorio con un piano economico che possa essere alternativo o complementare, vanno preservati i lavoratori che non meritano di subire le incertezze di un mercato sempre meno etico, va protetto il diritto dei cittadini a vivere in un territorio salubre, dove la sostenibilità sia un presupposto e non l'obiettivo da raggiungere.

Per fare tutto questo è necessario esprimere una sola voce, la voce del “sistema Italia”, che assommi in sé le istanze di tutti i livelli: statale, locale, politico, amministrativo, sindacale, economico, imprenditoriale. Andare in ordine sparso non ci porterebbe da nessuna parte e farebbe il gioco di chi, invece, spariglia per cogliere più opportunità.

Lo sapete, a me piace l’idea del “patto”: è forse arrivato il momento di stringerne uno ancora più solido, inattaccabile, a tutela della dignità di una popolazione non più disposta a chinare il capo!

AVV. Giovanni Gugliotti
Presidente della Provincia di Taranto

La vicenda ArcelorMittal? Un guazzabuglio nel quale diventa ormai difficile capire dove sono le ragioni vere e dove le imprecisioni che, quasi spesso, prevalgono sulla realtà dei fatti. Un guazzabuglio dal quale, comunque, giovedì sera si è provato ad uscire con una posizione condivisa tra quanti hanno partecipato all'incontro-dibattito organizzato dal consigliere regionale Gianni Liviano in collaborazione con l'associazione La città che vogliamo.
E sì che c'era tanta gente a riempire la sala riunioni di via Fiume 12 così come interessate è stato il parterre di chi è stato chiamato a portare il proprio contributo. C'erano, infatti, i presidenti dell'Ordine dei medici, Cosimo Nume, e degli avvocati, Fedele Moretti; il segretario generale della Uil di Taranto, Giancarlo Turi, in rappresentanza anche di Cgil e Uil; l'operatore culturale Giovanni Guarino; l'esperto di bioetica Antonio Cecere; lo storico Salvatore Romeo; l'ambientalista Leo Corvace; il presidente di Federmanager, Michele Conte.
Un dibattito agile e veloce dal quale, appunto, è emersa una posizione condivisa da tutti: la città deve fare fronte comune, deve saper parlare con una sola voce, deve saper mettere da parte la mancanza di visione, deve essere coinvolta nelle decisione e non essere semplicemente terminale di una narrazione troppo spesso incompleta e piegata alle logiche del mercato. Ma, soprattutto, deve puntare ad ottenere tre cose: la prima, una rigenerazione produttiva dello stabilimento chiedendo al governo di chiamare i migliori tecnici; la seconda, Taranto deve diventare un polo medico-sanitario; la terza, che venga istituito un polo scientifico di ricerca e di prevenzione sull'ambiente.
"Abbiamo voluto provare a leggere questa vicenda che riguarda tutti e che ci interpella perché è la madre di tutte le vicende tarantine e di fronte alla quale nessuno può dire: non mi interessa", ha detto Liviano spiegando lo scopo dell'iniziativa. "È evidente - ha aggiunto - che la situazione è complessa e che, qualunque sia l'opinione di ciascuno noi e qualunque sia l'aspetto che riteniamo prevalente, quello economico, quello occupazionale, quello ambientale o quello sanitario, la situazione è davvero complessa proprio perché riguarda più aspetti. Per cui non può esserci una lettura monocorde. Per questo sono contento che dall'incontro di stasera sia emersa sostanzialmente una visione comune che, spero, possa concretizzarsi ancora di più nei prossimi giorni"

“Ex Ilva, ora è il momento dello Stato”. Lo sostiene, in una nota, il consigliere regionale tarantino del Partito Democratico, Michele Mazzarano, commentando la drammatica vicenda dello stabilimento siderurgico di Taranto.
“Arcelor Mittal ha fallito ed è giusto che lasci Taranto - spiega Mazzarano - semplicemente perché ha sbagliato le sue previsioni sui conti economici e ha deciso di mollare. Non da oggi. E non perché il Governo ha deciso di eliminare lo scudo penale, il cui giudizio di legittimità è davanti alla Corte Costituzionale, ne’ perché la Magistratura di Taranto ha deciso di sequestrare AFO2 a causa del suo mancato revamping da parte degli attuali gestori”.
Questo esito era ampiamente prevedibile. Tanto è vero che la Regione Puglia - continua il consigliere regionale - impugnò l’atto del Governo del settembre 2017 in cui era evidente la debolezza sia del piano industriale che di quello ambientale. Quello che è inaccettabile in questa vicenda è che nella narrazione proposta dal sistema mediatico nazionale e da una parte degli attori politici coinvolti, vi è la totale omissione dei problemi di un territorio piegato da inquinamento e morte”.
“Al punto in cui siamo solo lo Stato può dimostrare che è possibile affermare che la modernità della nostra industria è tale - conclude Mazzarano - solo se passa dall’innovazione nei processi di produzione e dal rispetto della vita dei lavoratori e dei cittadini”

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